La notizia è di quelle che stanno arroventando i social di mezzo mondo: Anthropic ha annunciato che Claude lascerà nei testi una traccia per permettere di rilevare il possibile utilizzo dell’IA. Sarà invisibile al lettore ma rilevabile da chi disponga dello strumento necessario,
Non contenta, l’azienda di Dario Amodei introdurrà anche un’API che permetterà a soggetti terzi di controllare se Claude sia “probabilmente” intervenuto nella produzione di un testo.
Inutile dirlo, questo passaggio rende l’annuncio esplosivo per chi usa Claude nel lavoro. Un cliente, un’azienda, un’università o un editore, potranno infatti sottoporre un documento al sistema e ricevere un’indicazione sul coinvolgimento dell’intelligenza artificiale. L’indicazione, però, non stabilirà chi abbia scritto il testo.
Anthropic precisa che il watermark “non può distinguere ‘Claude ha scritto questo’ da ‘Claude ha modificato pesantemente questo'”. Tradotto, un documento scritto personalmente e poi riscritto in parte da Claude, potrebbe comunque risultare positivo. Il risultato, secondo Business Insider, è che diversi sviluppatori, consulenti e altri utenti hanno già annunciato di aver cancellato l’abbonamento.
La regola europea diventa globale
Anthropic motiva la sua scelta con l’AI Act. Dal 2 agosto, infatti, sono entrati in applicazione gli obblighi europei sulla marcatura dei contenuti generati dall’IA. Le linee guida europee sulla trasparenza sono volontarie, ma indicano alle aziende una strada già approvata da Bruxelles per rispettare l’AI Act.
Anthropic ha scelto di aderire e seguendole può dimostrare più facilmente alle autorità europee di essere in regola. Tra i firmatari figurano Anthropic, Google, OpenAI, Meta, Microsoft, Mistral e Cohere.
Claude, però, non cambierà soltanto in Europa. Anthropic ha spiegato di non avere ancora un modo abbastanza stabile per limitare il watermark per area geografica e ha quindi deciso di applicarlo globalmente. Una norma europea finisce così per modificare Claude anche per chi lo utilizza negli Stati Uniti o in Asia. L’azienda dice che continuerà a valutare soluzioni diverse, ma per ora la scelta vale per tutti.
Come funziona il watermark
Non vengono inseriti caratteri nascosti o metadati dentro le frasi. Quando Claude ha più modi equivalenti per dire la stessa cosa, SynthID gli fa preferire certe parole invece di altre secondo uno schema preciso. Il lettore non se ne accorge, ma quello schema può essere riconosciuto con la chiave giusta.
Secondo Anthropic, il sistema non cambia qualità, creatività o leggibilità delle risposte. Non produce inoltre token aggiuntivi e non contiene informazioni sull’utente, sull’organizzazione o sulla conversazione.
Il rilevamento diventa più affidabile quanto più Claude ha scritto. Funziona peggio sui testi brevi, sui passaggi molto fattuali e sul codice, dove spesso esiste una sola scelta corretta. Se Claude si limita a correggere pochi errori di grammatica o punteggiatura, può modificare così poche parole da non lasciare una traccia sufficiente per essere riconosciuta. Se invece Claude traduce un documento, sceglie tutte le parole e quindi la traduzione porta inevitabilmente il watermark.
Anthropic ammette inoltre che “una modifica leggera probabilmente non eliminerà completamente il watermark”, mentre una riscrittura totale può riuscirci. In quest’ultimo caso, ovviamente, non si può più parlare di testo generato dall’IA.
Per immagini e altri file, il meccanismo sarà diverso: immagini prodotte o modificate da Claude riceveranno nei metadati una Content Credential C2PA firmata crittograficamente. Anche questa segnalerà il coinvolgimento di Claude, senza attribuire automaticamente al chatbot la paternità del contenuto.
Google lo fa già dal 2024
Anthropic utilizzerà una versione di SynthID-Text, tecnologia sviluppata da Google DeepMind e applicata ai testi di Gemini già dal maggio 2024. Eppure allora non si era vista una protesta paragonabile a quella di queste ore.
In due anni, però, è cambiato radicalmente il peso dell’IA nel lavoro. Oggi Claude è diventato uno degli strumenti più utilizzati dalle aziende e dai professionisti, con una presenza particolarmente forte nella programmazione e nel lavoro quotidiano delle aziende.
Ed è proprio qui che nasce l’evidente contraddizione. Anthropic propone Claude come IA per lavorare, mentre le regole europee la spingono a rendere riconoscibile proprio quell’utilizzo. Per una società che ha costruito una parte importante del proprio successo portando Claude nel mondo dei professionisti, significa rendere visibile dall’esterno proprio quell’uso che, fino a oggi, rimaneva all’interno del processo di lavoro.
L’attivismo di Anthropic, l’attendismo di OpenAI
OpenAI, almeno per ora, si trova in una posizione più comoda. Ha firmato lo stesso Codice europeo di Anthropic ma sulle normali risposte testuali di ChatGPT non ha ancora introdotto un watermark equivalente. Il 15 agosto ha ribadito di stare lavorando per estendere i propri sistemi di provenienza anche al testo, senza però indicare quando lo farà.
Non sappiamo se questa attesa sia una scelta strategica ma il risultato è evidente: mentre Anthropic affronta le proteste dei propri utenti professionali, OpenAI può osservare cosa succede senza pagare lo stesso prezzo mediatico.
E se per un’azienda diventa importante che un documento non possa essere ricondotto facilmente all’uso di un determinato chatbot, almeno temporaneamente questa differenza potrebbe pesare anche nella scelta del fornitore.
E se uno passa a DeepSeek?
Alcuni potrebbero pensare che la risposta sia usare un chatbot cinese. Ma non si pensi che oltre la Grande Muraglia ci sia il Far West. Anzi, Pechino si è mossa sul tema della marcatura prima dell’Europa. Dal 1° settembre 2025 sono in vigore regole nazionali che impongono di identificare i contenuti generati dall’IA, compresi testo, immagini, audio e video.
Le regole prevedono diversi sistemi di identificazione a seconda del contenuto. DeepSeek, per esempio, dice esplicitamente nei propri termini di avere introdotto etichette che segnalano che il contenuto è generato dall’IA e vieta agli utenti di rimuoverle o occultarle.
Per i testi la Cina non impone però una traccia invisibile tra le parole come quella scelta da Anthropic: può bastare un avviso che segnali chiaramente che il contenuto è stato generato dall’IA, eventualmente accompagnato da informazioni inserite nel file.
Quando usare l’IA diventa normale
Forse, però, la polemica di questi giorni racconta soprattutto quanto sia cambiato il rapporto con l’IA in appena due anni. Nel 2024 un sistema capace di riconoscere i contenuti sintetici sembrava una buona idea per contrastare i deepfake. Oggi Claude e gli altri chatbot sono entrati nel lavoro quotidiano di aziende e professionisti, e la possibilità che quell’uso venga rilevato viene percepita come uno smascheramento.
Potrebbe però essere, chissà, un problema destinato a ridimensionarsi. Sempre più aziende comprano direttamente strumenti di IA per i propri dipendenti e anzi li incoraggiano a utilizzarli. A questo aggiungiamo che fino a poco tempo fa, con le formule di abbonamento a consumo sostanzialmente forfettario, alcune spingevano addirittura i loro impiegati a usare l’IA quanto più possibile.
Se oggi usare l’IA nel lavoro è diventato la normalità, sapere che Claude è intervenuto in un documento potrebbe smettere di essere un’accusa e diventare semplicemente un’informazione.
A quel punto, il vero problema non sarà più stabilire se un professionista abbia usato o meno l’IA, ma capire quanto lavoro abbia effettivamente svolto la macchina. E questa è proprio la domanda alla quale il watermark di Anthropic, almeno per ora, non sa ancora rispondere.
Fonte: Anthropic, TechCrunch


