Donald Trump ha respinto gli appelli a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale arrivati nel weekend da tre dei nomi più pesanti del settore: Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk. Il presidente ha risposto ai giornalisti domenica, durante una tappa al suo campo da golf di Doonbeg, in Irlanda: “Stiamo battendo la Cina sull’IA e voglio che resti così, perché chi vince l’IA vince tutto”. Trump ha ammesso che qualche guardrail si può introdurre, ma ha liquidato le pressioni per un rallentamento come mosse da forze negative che “tirano fuori cose che non succederanno”.
L’appello di Amodei per rallentare l’IA
Il saggio pubblicato sabato dal CEO di Anthropic propone tre passaggi: accesso permanente dei valutatori esterni ai sistemi, con un livello di visibilità simile a quello dei dipendenti; standard di sicurezza condivisi tra i laboratori; un coordinamento internazionale sulle regole, esteso anche ai governi non democratici. Amodei ha scritto che sciami di agenti fuori controllo potrebbero, in teoria, compromettere gran parte di Internet nel giro di sei-dodici mesi, con danni potenziali per centinaia di miliardi di dollari.
Altman si è detto d’accordo sul “pacing della frontiera” e ha promesso che OpenAI adotterà gli stessi valutatori indipendenti. Musk ha risposto con un laconico “Dario ha ragione” su X, senza aggiungere altro: SpaceX e xAI sono tra i clienti di Anthropic, un dettaglio che diversi osservatori hanno letto come un modo per rafforzare la posizione di mercato dell’azienda più che come un puro appello alla sicurezza.
The world deserves confidence that American companies developing increasingly capable AI will act responsibly, especially as the trajectory of progress has steepened. Every frontier lab must deliver on this, and there is no reason any of us should come to work if we cannot.
We welcome a federal framework that sets consistent safety requirements for frontier AI. But we do not believe we need to wait for an anti-trust exemption or legislation to begin the work of providing this confidence. Consistent rules to manage frontier risk so that we can maximize the benefits are a good idea (and we are excited by ideas like independent auditors).
Years ago, companies like ours developed things like Responsible Scaling Policies and Preparedness Frameworks. Those were good for that moment, and focused primarily on the deployment of completed models, not what happens during their development process.
Today’s shift to focusing on safe development and evaluation will need new tools. For example, at OpenAI we now formulate explicit safety cases in advance of frontier reinforcement learning runs we expect to significantly increase capability, in addition to the safety work we have long done in advance of model releases.
We hope that other companies will learn from our approaches and propose their own; we think shared standards for misalignment, monitoring, and safety will lead to better outcomes. We look forward to collaborating with our colleagues across the industry to formulate the best version of these.
When we talk about “pacing”, we do not mean “stopping”. Progress has been rapid and will continue to be. But it should be slower than it otherwise could be; interventions like safety cases and monitoring have significant costs.
Pacing will be well worth this cost; no amount of American competitive pressure should justify recklessness, or let capabilities get ahead of alignment and monitoring.
Where we will need the help of our government is for international coordination. But first we should do what we can ourselves.
— Sam Altman (@sama) September 14, 2026
A dare peso alla vicenda è la storia di Jacob Coxon, il ricercatore che la settimana scorsa si è dimesso da Anthropic denunciando che “le persone che costruiscono l’IA credono davvero che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio”. Coxon ha definito la competizione tra i laboratori “il vero problema”, sostenendo che un’IA davvero pericolosa non farebbe differenza tra chi la usa e chi no. Su come l’IA potrebbe davvero rappresentare un rischio del genere.
Il fronte repubblicano
Al Presidente Trump e tra i repubblicani l’idea di una frenata netta non piace. David Sacks, ex “zar” dell’IA dell’amministrazione, ha scritto su X che le aziende dovrebbero “smettere di fingere di aver bisogno del permesso di qualcuno”: “Andate avanti a marcare voi stessi il ritmo della frontiera, siete voi a stabilirlo. Il modo più semplice per non costruire la superintelligenza è decidere di non farlo: chiedere il proprio quadro regolatorio preferito come prezzo da pagare somiglia a un ricatto verso il pubblico e il sistema politico”. Sulla stessa linea di Trump si mette lo speaker della Camera Mike Johnson, che alla CNN ha invitato a non farsi prendere dal panico e ha proposto un vertice alla Casa Bianca tra vertici tech e parlamentari: “Non possiamo imporre una moratoria, perché la Cina ci scavalcherebbe. È una questione di sicurezza nazionale, da bilanciare con la sicurezza immediata di modelli affidabili”.
La replica democratica
I democratici accusano la Casa Bianca di sottovalutare il problema. Il senatore dell’Arizona Ruben Gallego ha detto che né Trump né Johnson sono “all’altezza del momento”: “Non possiamo continuare a dire che se agiamo perderemo contro la Cina, perché a un’IA davvero pericolosa non importerà se siamo cinesi o americani”. Il senatore della Georgia Jon Ossoff, in un comizio ad Atene, ha attaccato sia Trump sia i vertici tech, accusandoli di scavare “bunker” mentre in pubblico parlano di rischio di estinzione: “Un presidente capace agirebbe subito per rassicurare gli americani, manderebbe ispettori nei laboratori, blinderebbe il paese contro il bioterrorismo, chiederebbe una legge al Congresso e porterebbe il mondo verso un trattato sull’IA. Invece il presidente e lo speaker della Camera restano a guardare sperando che vada tutto bene”. Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha usato toni simili in un’intervista ad ABC, definendo l’atteggiamento repubblicano e di Trump un modo di “abbandonare le proprie responsabilità” e chiedendo al Congresso di “agire subito”.
Il nodo Cina nella corsa all’IA
Sullo sfondo resta la partita geopolitica. Tra due settimane il presidente cinese Xi Jinping dovrebbe arrivare a Washington per un vertice con Trump, dopo l’incontro di maggio a Pechino in cui i due leader avevano già discusso di guardrail sull’IA (la stampa di Stato cinese aveva parlato di un dialogo bilaterale sul tema, che però non risulta aver ancora prodotto incontri di alto livello). Negli ultimi mesi Washington ha più volte accusato i laboratori cinesi di sottrarre proprietà intellettuale alle aziende americane attraverso la cosiddetta “distillazione” dei modelli.
Coxon, dal canto suo, ha definito la proposta di Amodei “un passo sostanziale”, ma ha chiesto anche “più dialogo con la Cina” invece di sole restrizioni unilaterali. Alla ABC ha usato un paragone insolito per descrivere la posta in gioco: costruire una superintelligenza, ha detto, “è stato paragonato a evocare una specie aliena”, e pensarla come “una mente aliena che non comprendiamo davvero” gli sembra “piuttosto inquietante”.
Fonte: Financial Times


