La Commissione Europea ha aperto due procedimenti nei confronti di Google per definire, nel dettaglio, come il colosso di Mountain View dovrà conformarsi al Digital Markets Act.
Non si tratta di sanzioni ma di qualcosa di potenzialmente più incisivo: linee guida vincolanti che tradurranno gli obblighi generici del DMA in prescrizioni operative concrete.
Al centro della partita ci sono i dati di ricerca e l’accesso ai modelli di intelligenza artificiale, due asset che valgono quanto, se non più, del fatturato pubblicitario.
Il tesoro da condividere
I due procedimenti puntano dritti al cuore del vantaggio competitivo di Google. Il primo stabilirà come l’azienda dovrà garantire ai fornitori di servizi IA di terze parti “un accesso ugualmente efficace” alle stesse funzionalità disponibili per Gemini, il proprio modello di punta.
Il secondo è ancora più delicato: riguarda l’accesso ai dati anonimizzati di ranking, query, click e visualizzazioni raccolti da Google Search.
Queste informazioni dovranno essere concesse “a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie” sia ai motori di ricerca concorrenti sia, ed è il passaggio interessante, ai fornitori di chatbot IA.
“Vogliamo massimizzare il potenziale di questo profondo cambiamento tecnologico assicurandoci che il campo di gioco sia aperto e equo, non inclinato a favore dei pochi più grandi”, ha dichiarato Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione e responsabile antitrust.
Politica industriale ‘vestita’ da antitrust
Dietro il linguaggio della concorrenza leale s’intravede però una strategia più ambiziosa. I dati di ricerca di Google sono il carburante più pregiato per addestrare modelli linguistici competitivi: miliardi di query che riflettono come le persone cercano informazioni, quali risultati trovano utili, come interagiscono con i contenuti.
Senza accesso a dataset comparabili, i rivali europei nell’IA, da Mistral in giù, partono strutturalmente svantaggiati. Il DMA pare così diventare uno strumento di politica industriale: colmare il gap tecnologico europeo utilizzando, per via regolamentare, gli asset dei gatekeeper americani.
Non è protezionismo nel senso classico del termine ma sembra ben più di una semplice tutela della concorrenza.
La risposta di Google e lo scontro di narrative
Mountain View reagisce con decisione. “Android è aperto per design e stiamo già concedendo in licenza i dati di Search ai concorrenti ai sensi del DMA”, ha dichiarato Clare Kelly, responsabile legale per la concorrenza di Google. Il messaggio sottinteso: stiamo già collaborando, non spingetevi oltre.
Ma è la seconda parte della dichiarazione a rivelare la vera linea difensiva: “Siamo preoccupati che ulteriori regole, spesso guidate dalle lamentele dei concorrenti piuttosto che dall’interesse dei consumatori, comprometteranno la privacy degli utenti, la sicurezza e l’innovazione”.
È l’argomento classico delle Big Tech americane contro Bruxelles: l’idea che la regolamentazione europea sia protezionismo con un vestito antitrust, più attenta agli interessi dei competitor che a quelli degli utenti.
Il precedente Apple e la dottrina DMA
Il caso Google non è isolato. Due anni fa Apple aveva ricevuto indicazioni analoghe su come aprire il proprio ecosistema chiuso ai rivali, una vicenda che ha portato a cambiamenti notevoli nelle politiche dell’App Store e nei sistemi di pagamento.
La Commissione punta a concludere entrambi i procedimenti entro sei mesi, un orizzonte temporale che segnalerà quanto Bruxelles intenda accelerare nell’applicazione del DMA.
Per l’ecosistema IA europeo, la posta in gioco è alta: se le specifiche saranno sufficientemente stringenti, potrebbero redistribuire risorse strategiche in un mercato dove, finora, i vantaggi di scala hanno consolidato posizioni dominanti difficili da scalfire.
Fonte: Reuters


