L’ansia da intelligenza artificiale è entrata negli uffici

by | 9 Set 2025 | IA

illustrazione: chatgpt
Tempo di lettura: 3 minuti

C’è chi cerca lavoro e chi lo ha già, ma in entrambi i casi il sentimento è lo stesso: cresce l’ansia per il ritmo vertiginoso con cui l’intelligenza artificiale si insinua in ogni professione.

Non si tratta di una paura vaga o proiettata nel futuro: è un fenomeno che sta prendendo corpo proprio mentre il mercato del lavoro americano rallenta e i posti scarseggiano.

Secondo gli ultimi dati, negli Stati Uniti i disoccupati hanno superato il numero di offerte disponibili. Non accadeva da quattro anni.

Ad agosto, ad esempio, l’economia statunitense ha aggiunto appena 22.000 nuovi impieghi: un segnale di stagnazione che rende ancora più fragili i lavoratori di fronte alla prospettiva di una sostituzione tecnologica.

I manager tagliano teste, i lavoratori si sentono impotenti

Anche gli stessi leader che spingono l’IA riconoscono che la presenza umana resta necessaria, ma non chiariscono né quali ruoli né per quanto tempo.

«Ho bisogno di meno teste», ha dichiarato senza mezzi termini Marc Benioff, CEO di Salesforce, ricordando di aver ridotto gli agenti del customer service «da 9.000 a circa 5.000».

Ne abbiamo scritto ieri, eppure lo stesso Benioff non molto tempo fa aveva assicurato che la azienda intendeva assumere migliaia di venditori, pur facendo sempre più affidamento sull’IA.

Una contraddizione che alimenta incertezza e paura. «L’ansia da IA è reale», ha spiegato la scienziata comportamentale Lily Jampol, «ed è legata soprattutto al senso di impotenza dei lavoratori».

A confermarlo è Geoff Mosher, sviluppatore con anni di esperienza nel settore tech e un passato in Verizon: «C’è una sorta di disagio esistenziale», ha detto ad Axios, descrivendo le inquietudini che si respirano nella sua rete di contatti.

Se le macchine valgono più delle persone

Dietro la cronaca ci sono meccanismi psicologici profondi. «Già fatichiamo a trovare il nostro valore come individui e come società», ha osservato la terapeuta Jada Butler. «L’idea che una macchina possa valere più di un essere umano alimenta autocritica, insicurezza, ansie crescenti e porta alcune persone a mettere in discussione il proprio valore».

A peggiorare la situazione c’è quella che David Burns, professore di psichiatria a Stanford, chiama “dipendenza dal successo”: la convinzione che l’identità di una persona coincida con il suo lavoro.

Un problema non certo d’oggi, beninteso, diversamente Tyler Durden in Fight Club non pronuncerebbe una di quelle frasi che tutti dovrebbero tenere bene a mente in momenti come questo.

“Tu non sei il tuo lavoro. Non sei la quantità di soldi che hai in banca. Non sei la macchina che guidi. Non sei il contenuto del tuo portafoglio. Non sei i tuoi vestiti di marca”, diceva già nel 1996 il protagonista del libro di Chuck Palahniuk.

Ma è chiaro che oggi, in questo contesto, il timore che l’IA possa erodere le basi stesse dell’occupazione comincia ad assumere i toni di una minaccia esistenziale.

L’ansia “come stimolo”, ma servono nuove narrazioni

Gli esperti sottolineano che l’ansia non è sempre negativa: può spingere i lavoratori a imparare nuove competenze o a esplorare ruoli diversi.

Ma resta il nodo principale: chi decide come e dove l’IA entrerà nei processi lavorativi? E quanto margine avranno i lavoratori per orientare davvero questa trasformazione?

Studia, lavora, impegnati… e poi? di TechTalking.it

L’intelligenza artificiale evolve a una velocità tale che la società fatica a tenere il passo. I giovani si sentono sempre più spaesati e non tutti gli adulti possono riciclarsi.

Leggi su Substack

È un interrogativo che riguarda tutti, non solo chi è appena entrato nel mercato ma anche chi ha seguito il percorso tradizionale di studio, specializzazione e carriera.

Un interrogativo che abbiamo affrontato anche nel nostro editoriale su Substack, dove abbiamo raccontato come il paradigma del “studia e sarai premiato” si stia incrinando, lasciando intere generazioni con in mano una mappa che non corrisponde più al territorio.

La partita che si gioca oggi non è dunque solo tecnologica ma anche culturale. Perché senza nuove narrazioni, senza strumenti e tutele aggiornate, il rischio è che l’ansia da intelligenza artificiale diventi la cifra emotiva di un’epoca intera.

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