Il 2026 sarà l’anno del “show me the money” per l’intelligenza artificiale. Lo dicono in coro gli esperti interrogati da Axios: dopo anni di corse ai modelli, investimenti miliardari e progetti pilota, le aziende dovranno dimostrare che l’AI può generare valore reale.
“Le imprese dovranno vedere ritorni concreti sui loro investimenti, e i paesi dovranno registrare aumenti significativi di produttività se vogliono continuare a sostenere la spesa per l’IA e le sue infrastrutture”, spiega Venky Ganesan, partner di Menlo Ventures.
Il pragmatismo sostituirà l’ottimismo, secondo James Brundage di EY: “I board smetteranno di contare token e progetti pilota per concentrarsi sui dollari”.
Il timing conta più della tecnologia
La corsa tra OpenAI, Anthropic, Google e gli altri player continuerà nel 2026, con frequenti sorpassi e una competizione sui prezzi sempre più feroce. “Resteremo in una corsa continua”, prevede Aaron Levie, CEO di Box. Ma il successo dipenderà sempre meno dall’essere il modello “migliore” e sempre più dal tempismo.
Tradotto, significa capire quando una tecnologia è abbastanza matura per essere implementata e come integrarla in organizzazioni gestite da umani, senza bruciare soldi o credibilità. Winston Weinberg, CEO di Harvey, è categorico: “Una buona IA non avrà bisogno di istruzioni lunghe. Più devi spiegarle le cose, peggiore è il prodotto. I sistemi migliori conosceranno già il contesto”.
Il punto critico, secondo Levie, è che “un salto nelle capacità del modello non si traduce automaticamente nell’automazione di quella mansione. Serve ancora molto lavoro di sviluppo software”.
Gli agenti autonomi maturano
Gli agenti semi-autonomi sono stati il tema del 2025, ma le aziende sono rimaste riluttanti ad affidare troppo lavoro a modelli ancora inclini agli errori. Il 2026 dovrebbe segnare una svolta.
“Fra un anno, rispondere a domande sarà la funzione meno rilevante dell’IA”, prevede Fidji Simo di OpenAI. “Avremo invece assistenti IA proattivi sempre attivi in background, capaci di agire per noi sul web e nel mondo fisico. Anticiperanno le nostre esigenze al punto che potremo affidarci a loro per prendere decisioni e agire al posto nostro”.
Dan Rogers di Asana è ancora più ambizioso: “Le aziende più competitive fisseranno traguardi che senza l’IA sembrerebbero impossibili, per poi raggiungerli routinariamente grazie alla collaborazione tra agenti”. Ma c’è un rischio concreto. Ryan Gavin, CMO di Slack presso Salesforce, prevede che “il 2026 sarà l’anno dell’agente dimenticato”: le aziende creeranno “centinaia di agenti per dipendente” ma la maggior parte rimarrà inattiva, come licenze software inutilizzate, “impressionanti ma invisibili”.
Andy Markus, Chief Data Officer di AT&T, spiega la sfida tecnica: “In un sistema ad agenti scomponi il problema in tanti micro-passaggi. E il risultato finale è affidabile solo se ogni singolo step lo è”. Willem Avé di Square prevede che le aziende diventeranno più creative nel collegare gli agenti a “sistemi deterministici che ridurranno l’imprevedibilità tipica dell’IA”.
2026: la resa dei conti finanziaria
La necessità di un ritorno economico concreto dominerà il 2026. Ganesan prevede che la spesa aggressiva potrebbe mandare in bancarotta importanti aziende ma dall’altro lato “vedremo anche una grande azienda di IA fare un’IPO e i numeri di crescita del PIL aumenteranno in America”.
È una fase di selezione naturale: chi ha costruito tecnologia solida e sa integrarla nel mondo reale sopravviverà, chi ha cavalcato solo l’hype rischia di pagarne il prezzo. “Gli agenti che faranno davvero la differenza saranno quelli integrati nei flussi di lavoro reali, capaci di comprendere il contesto e funzionare senza intoppi”, rilancia Gavin.
Il vero collo di bottiglia, però, non sarà tecnologico. “Il ritmo di adozione dell’IA continua a essere frenato dalla capacità di adattamento delle persone e delle organizzazioni che le compongono”, conclude l’analisi di Axios. Il 2026 dirà se sarà davvero così.
Fonte: Axios


