Quando il terapeuta è un’IA

by | 24 Mar 2025 | IA

Illustrazione: Adobe Firefly
Tempo di lettura: 3 minuti

I chatbot stanno diventando qualcosa di più di semplici assistenti digitali: per alcuni utenti rappresentano ormai un rifugio emotivo, un confidente, perfino un amico.

Due nuovi studi condotti da OpenAI in collaborazione con il MIT Media Lab hanno documentato un fenomeno in crescita: sempre più persone, soprattutto giovani, si rivolgono all’intelligenza artificiale per affrontare situazioni difficili, perché ritengono che il bot sia in grado di mostrare una “sensibilità simile a quella umana”.

Non è un caso isolato. Un sondaggio condotto da YouGov nel 2024 ha rivelato che il 55% degli americani tra i 18 e i 29 anni si sente a proprio agio nel discutere con un’IA dei propri problemi di salute mentale.

Si tratta di ina percentuale significativa, che suggerisce l’esistenza di un nuovo divario digitale non tanto generazionale quanto culturale: quello tra chi è disposto a credere nell’empatia delle macchine e chi invece la respinge a priori.

La profezia di Turing

Lucas LaFreniere, professore di psicologia allo Skidmore College, ha tenuto di recente un seminario dal titolo eloquente: “My Therapist is a Robot”.

Per lui esistono due categorie di persone. “Bastano cinque minuti di conversazione per capire se qualcuno pensa che sia tutta una sciocchezza o se, invece, è davvero aperto all’idea che un chatbot possa aiutarlo a risolvere problemi personali”, ha spiegato ad Axios.

L’empatia, secondo LaFreniere, è una questione di percezione: “Se il paziente la sente, ne trae beneficio. Ma ci sono molte persone che non la percepiscono affatto, oppure la sentono svanire al primo errore. Ed è in quel momento che si ricordano, bruscamente, di stare parlando con un software”,

Di fronte a queste dinamiche, tornano alla mente le riflessioni di Alan Turing. Nel suo celebre saggio del 1950, Computing Machinery and Intelligence, il pioniere dell’informatica scriveva della “obiezione della testa sotto la sabbia” (the heads in the sand objection), un’espressione usata per descrivere una forma di rifiuto psicologico nei confronti dell’idea che le macchine possano pensare.

La metafora richiama l’immagine dello struzzo che, spaventato da un pericolo, nasconde la testa sotto la sabbia per non vederlo — illudendosi così che il pericolo non esista.

“Le conseguenze del pensiero delle macchine sarebbero troppo terribili”, scriveva. “Speriamo e crediamo che non possano farlo.”

Secondo Turing, questa resistenza era particolarmente diffusa tra le persone intellettuali, “poiché attribuiscono al pensiero un valore più alto rispetto agli altri e tendono a fondare su di esso la superiorità dell’essere umano”.

Turing però parlava di intelligenza, non di empatia. Oggi invece le due dimensioni sembrano intrecciarsi. Esistono infatti diverse forme di empatia, e non tutte richiedono una coscienza o un cuore pulsante.

L’empatia ‘calcolata’ delle IA

La cosiddetta empatia cognitiva è la capacità di capire cosa pensa un’altra persona e perché lo pensa. “È un’abilità che si basa su informazioni e conoscenze,” spiega ancora LaFreniere.

In questo ambito, paradossalmente, l’intelligenza artificiale potrebbe superare gli esseri umani: “L’IA è in grado di analizzare parole e numeri con una rapidità e precisione che nessuno può eguagliare. E l’empatia cognitiva, sì, conta davvero”.

Senza dimenticare che, come ricorda Chris Mattmann, responsabile dei dati e dell’intelligenza artificiale alla UCLA, l’addestramento dell’IA generativa su opere letterarie e teatrali, come i drammi di Shakespeare, le conferisce una sorta di sensibilità emotiva appresa.

Questi testi, pur popolati da personaggi immaginari, mettono infatti in scena emozioni profondamente umane e riflettono la nostra capacità di empatia.

“Sono figure che non esistono ma che rispecchiano noi stessi, comprese le nostre qualità emotive”, osserva Mattmann, sottolineando come questo possa aiutare le persone a sentirsi meno sole nel dialogo con un chatbot.

Resta da capire quanto questa empatia “calcolata” sia sufficiente per stabilire un legame autentico, o almeno efficace.

Forse la vera forza della terapia via chatbot non risiede tanto nelle capacità dell’IA, quanto nella disponibilità dell’utente a crederci. Un effetto placebo 2.0, che ci dice più su di noi che sui nostri interlocutori digitali.

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