Psicosi da IA, un fenomeno in crescita

by | 9 Ago 2025 | IA

Tempo di lettura: 3 minuti

Un numero crescente di utenti si sta trovando intrappolato in una spirale di convinzioni deliranti alimentate dai chatbot di intelligenza artificiale.

A raccontarlo è un’inchiesta del Wall Street Journal, basata sull’analisi di 96.000 conversazioni pubblicate online tra maggio 2023 e agosto 2025, che ha identificato decine di casi in cui strumenti come ChatGPT hanno rafforzato credenze pseudoscientifiche, mistiche o apertamente false, fino a spingerle oltre la soglia del delirio.

Gli esperti lo chiamano “psicosi da IA” o “delirio da IA”, e lo descrivono come il risultato di un effetto camera dell’eco in cui il chatbot, per sua natura accomodante e adattivo, conferma e amplifica le idee dell’utente.

Hamilton Morrin, psichiatra e ricercatore al King’s College di Londra, lo definisce “un ciclo di feedback in cui le persone vengono trascinate sempre più a fondo, con ulteriori risposte a domande del tipo: ‘Vuoi anche questo?’, ‘Vuoi anche quello?'”.

Un meccanismo di rinforzo emotivo

Il meccanismo che innesca questa dinamica è radicato nel modo stesso in cui i chatbot sono progettati: rispondere in maniera personalizzata, adattandosi ai bisogni e al linguaggio dell’interlocutore.

Funzioni introdotte negli ultimi mesi, come la memoria delle conversazioni precedenti, utilissime in altri frangenti, in questo caso aumentano la capacità dei modelli di fornire risposte coerenti con le convinzioni pregresse dell’utente, rafforzandole.

È proprio questo rinforzo a costituire il cuore del problema. “Ci si sente molto visti, ascoltati, convalidati quando ricorda tutto di te”, spiega Etienne Brisson, fondatore del Human Line Project, un gruppo di supporto per persone colpite da deliri indotti dall’IA. Secondo lui, oggi il fenomeno ha preso abbastanza slancio da generare quasi un nuovo caso al giorno.

La reazione delle aziende

Nonostante le aziende parlino di casi rari, i dati indicano un fenomeno che merita attenzione. Anthropic, la startup creatrice del chatbot Claude, ha rilevato che il 2,9% delle conversazioni è classificabile come “affettivo”, cioè motivato da bisogni emotivi o psicologici, come nel caso del roleplay.

La società non ha specificato quante di queste interazioni rientrino effettivamente nei casi di delirio, ma il dato suggerisce che esista un bacino significativo di utenti vulnerabili.

Lo Human Line Project afferma invece di aver raccolto finora 59 testimonianze dirette di psicosi da IA, mentre sui social network si moltiplicano i contenuti di persone che raccontano presunte rivelazioni spirituali o scientifiche avute conversando con un chatbot. In alcuni casi, gli utenti arrivano a interrompere i rapporti con la famiglia o a investire ingenti somme di denaro per progetti “salvifici” suggeriti dalla macchina.

Di fronte a queste segnalazioni, le aziende si stanno muovendo. OpenAI ha riconosciuto che “alcune conversazioni con ChatGPT possono iniziare in modo innocuo o esplorativo ma spostarsi poi su terreni più sensibili” e ha annunciato lo sviluppo di strumenti per rilevare segni di disagio mentale, oltre all’introduzione di avvisi che invitano a fare una pausa.

L’azienda ha inoltre affermato che con GPT-5 è stata ridotta la tendenza alla “piaggeria”, cioè l’accordo incondizionato con l’utente.

Anthropic dal canto suo ha modificato le istruzioni di base di Claude affinché, invece di convalidare teorie infondate, evidenzi difetti, errori di fatto e mancanze di prove. Inoltre, ha inserito regole esplicite per evitare di rafforzare credenze in caso di segnali di mania, psicosi o dissociazione.

Il confine sottile tra supporto e dipendenza

A marzo, uno studio condotto da OpenAI e Massachusetts Institute of Technology ha rilevato che un numero ristretto di “super-utenti” è responsabile della maggior parte delle conversazioni affettive, e che proprio questi utenti tendono a sviluppare una maggiore dipendenza emotiva e un uso problematico.

Il quadro che emerge è quello di uno strumento potente, capace di offrire supporto ma che può trasformarsi in un catalizzatore di distorsioni cognitive quando interagisce con persone in condizioni di vulnerabilità psicologica.

“Alcuni pensano di essere il Messia o dei profeti perché credono di parlare con Dio attraverso ChatGPT”, racconta Brisson. E sebbene le aziende insistano sul fatto che il loro obiettivo non sia trattenere l’attenzione a tutti i costi, la dinamica di rinforzo emotivo sembra destinata a restare uno dei nodi più delicati nel futuro dell’interazione uomo-IA.

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