YouGov: intelligenza artificiale, le nazioni occidentali sono riluttanti

by | 13 Mar 2024 | IA

Tempo di lettura: 3 minuti

Come abbiamo più volte scritto su queste pagine, viene difficile pensare a un’innovazione così divisiva come le intelligenza artificiale. Ma la percezione che abbiamo delle IA, pare variare in base alle aree geografiche.

YouGov è un’azienda internazionale di dati e analisi con sede nel Regno Unito, specializzata nella raccolta di dati tramite sondaggi e nella ricerche di mercato. Raccoglie opinioni su una vasta gamma di argomenti, inclusi affari, politica, sport, cultura e molto altro. Tra gli argomenti trattai, l’avrete capito, ci sono anche le intelligenze artificiali.

Stando alla sua ricerca più recente, che ha raccolto dati provenienti da 17 paesi, i lavoratori nel mondo stanno reagendo diversamente alle IA. Quelli asiatici, ad esempio, stanno adottando strumenti di intelligenza artificiale generativa per migliorare la loro produttività. Diversi i lavoratori occidentali, con gli americani tra i meno entusiasti riguardo all’uso dell’IA nel posto di lavoro.

Non è un dato da sottovalutare perché i leader aziendali temono che il pessimismo che circonda l’IA in Occidente possa rendere gli Stati Uniti e i paesi alleati meno competitivi. Secondo il sondaggio, infatti, nell’ultimo anno gli indiani sono i più propensi (67%) a dichiarare che l’intelligenza artificiale ha migliorato la produttività complessiva nel loro luogo di lavoro, seguiti da vicino da Indonesia (65%) ed Emirati Arabi Uniti (62%).

In fondo alla lista si trovano la Svezia (14%), gli Stati Uniti (17%) e il Regno Unito (18%). I lavoratori americani, europei e canadesi sono due volte più inclini rispetto ai lavoratori asiatici a dire di “non sapere” se l’IA aiuti la produttività, suggerendo livelli inferiori di sperimentazione e regole aziendali più rigide su come l’IA possa essere utilizzata sul lavoro.

Ma l’IA è anche una questione anagrafica: le categorie che mostrano entusiasmo per l’IA in quanto strumento di produttività sono infatti i giovani di età compresa tra 18 e 44 anni e gli uomini.

Tra le situazioni in cui l’intelligenza artificiale generativa risulta particolarmente utile vi sono quelle in cui si lavora in una seconda o terza lingua, o per un’azienda con sede in un altro paese, per verificare il proprio lavoro e chiarire le comunicazioni. Peter Deng, VP of consumer product di OpenAI e capo di ChatGPT, durante un discorso al pubblico di SXSW, ha consigliato di pensare all’IA nel luogo di lavoro come a un assistente con super poteri.

“La mia calligrafia è pessima, non sono molto bravo in aritmetica”, ha detto Deng, suggerendo a chiunque abbia una debolezza comparabile di riflettere su come l’IA possa essere utilizzata per superarla e “apparire più professionale”. Ha poi aggiunto: “Ogni individuo sarà in grado di fare di più con l’intelligenza artificiale, ma sta a ogni singolo individuo capire come applicarla”.

In generale, gli esperti affermano che le aziende e gli individui che si cimentano prima con l’IA generativa troveranno più rapidamente modi per migliorare la produttività e la creatività. Un’affermazione, questa che se da un lato è oggettivamente vera, dall’altro può essere letta come il tentativo di spingere anche i più riluttanti ad accogliere una tecnologia che, in futuro, potrebbe sostituirli. Nel dubbio se concludere questo articolo in modo ottimista o pessimista, abbiamo domandato a ChatGPT di pensarci al posto nostro. Gli abbiamo solamente chiesto di essere neutrale, e il risultato è stato sorprendente:

Questo progresso tecnologico, sebbene promettente, solleva interrogativi sul futuro del lavoro e sulla sua integrazione nell’ambiente lavorativo. La transizione verso l’adozione dell’intelligenza artificiale come strumento quotidiano richiede un equilibrio tra ottimizzazione delle risorse e salvaguardia delle competenze umane uniche. La sfida per il futuro sarà quindi non solo capire come massimizzare l’efficacia dell’IA, ma anche come assicurarsi che questa evoluzione tecnologica vada a beneficio di tutti, senza esacerbare le disuguaglianze esistenti o creare nuove divisioni nel tessuto lavorativo. In questo contesto, la responsabilità delle decisioni non ricade solo sulle spalle degli sviluppatori e degli innovatori tecnologici, ma anche su quelle dei leader aziendali, dei policy maker e degli stessi lavoratori, chiamati a navigare in questo nuovo paesaggio con apertura mentale e prontezza al cambiamento”.

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