Will Hurd è stato un membro del consiglio d’amministrazione di OpenIA, dal quale si è dimesso lo scorso giugno per candidarsi alla nomination repubblicana per la Presidenza. Al di là di quelli che sono i personali orientamenti politici di ognuno di noi, il articolo recentemente pubblicato su Politico merita senz’altro più di una riflessione.
Definire “etico” un problema significa affermare che la situazione o la questione sollevata riguarda principi morali su ciò che è giusto o sbagliato, equo o ingiusto. E il mondo della tecnologia, pur turbolento per definizione, ci pone di fronte a una questione etica nel riflettere sui fatti che si sono verificati alla fine dello scorso novembre in OpenAI. In quell’occasione, lo ricordiamo, quattro su sei membri del consiglio d’amministrazione rimossero il loro presidente e licenziarono Sam Altman. Dopo che oltre il 90% degli altri dipendenti minacciò di dimettersi, il consiglio reintegrò Altman.
Ciò rientrerebbe nella normale dialettica aziendale non fosse che OpenAI è l’azienda dietro il chatbot più famoso al mondo, capace in un anno ci cambiare la società come forse non fecero neppure internet e i social. E soprattutto, è l’azienda che sta lavorando all’AGI, ossia l’Intelligenza Generale Artificiale.
Diversamente dalla tradizionale IA che opera entro ambiti programmati e specifici, l’AGI promette un futuro dove le macchine potranno imparare, comprendere e risolvere problemi su una gamma vasta tanto quanto quella che affrontiamo noi umani. Da risposte al cambiamento climatico a innovazioni mediche, l’AGI potrebbe essere la chiave di volta per alcuni dei più grandi dilemmi dell’umanità. Tuttavia, il suo potenziale incontrollato potrebbe anche avere conseguenze devastanti, per alcuni paragonabili a quelle di un conflitto nucleare.
Il tumulto nella gestione di OpenAI ha messo in evidenza la complessità e la gravità della frontiera tecnologica in cui viviamo. La rapida rimozione e la successiva reintegrazione di Sam Altman, CEO e membro del consiglio d’amministrazione, da parte di soli quattro membri, solleva interrogativi sulla concentrazione del potere e sulla governance nell’era dell’AGI. Il più importante dei quali è se sia giusto che pochi individui controllino il ChatGPT di oggi, e soprattutto l’AGI di domani.
Il quesito che pone Will Hurd è tutt’altro che trascurabile: chi detiene la responsabilità di plasmare il futuro dell’AGI? In un settore che avanza a passi da gigante, come si può essere sicuri che il suo sviluppo sia un beneficio per l’umanità e non il preludio a eventi catastrofici? E, aggiungiamo noi, sarà uno sviluppo illuminato o pensato per aumentare il valore azionario di una Microsoft cui ormai l’alternanza con Apple sta sempre più stretta? La storia di OpenAI, afferma Hurd, non è solo una cronaca di potere e di politica interna; è un richiamo all’azione per stabilire norme e regolamenti che indirizzino l’AGI verso un futuro sicuro e benefico.
Va innanzitutto stabilita una responsabilità legale. Per Hurd è imperativo che ogni strumento di IA operi in conformità con le leggi vigenti, senza lasciare spazio a esenzioni che possano esonerare gli sviluppatori in caso di inadempienze. L’attuale panorama regolamentare, frammentato e non specifico, rischia di ripetere gli errori del passato, come quelli visti nel settore dei social media, dove la mancanza di chiare linee guida ha creato lacune nella responsabilità e nella supervisione. In questo contesto, la necessità di un approccio coerente e globale alla regolamentazione dell’IA è più urgente che mai.
Will Hurd conclude affermando che è il momento per i leader del settore, i responsabili della politica e la comunità globale, di unire le forze per plasmare un futuro in cui l’AGI, e la tecnologia in generale, siano forze per il progresso e non per la distruzione. Su questo non possiamo che essere d’accordo. Sul come mettere in pratica questi propositi, invece, c’è da discutere. Perché se da un lato è vero che poche persone non possono detenere il potere di stravolgere il tessuto sociale (soprattutto se mosse unicamente dal profitto), è altrettanto vero che questo è ciò che accade da sempre nella storia dell’umanità.
Una volta a governare erano le monarchie, oggi è la tecnocrazia. È non è che la politica, soprattutto negli ultimi tempi, abbia dato prova di difendere gli interessi del popolo che l’ha eletta. Anzi, soprattutto negli USA, dove il finanziamento ai partiti è lecito, presidenti e senatori hanno da sempre anteposto gli interessi dei loro finanziatori a quelli dei cittadini.
Lasciare in mano a dei privati la possibilità di dare vita alla cosiddetta singolarità, che siano OpenAI/Microsoft, Google, Amazon o Elon Musk, pare un gesto di sfrontata superficialità. Rimettersi alla politica, pare la ripetizione di errori già commessi in passato, soprattutto se vediamo a ridosso di quale precipizio ci ha portato oggi. Secondo l’orologio dell’Apocalisse, infatti, all’umanità restano solo 90 secondi alla mezzanotte.
Ci piacerebbe chiudere questo nostro primo editoriale con una risposta chiara, con una presa di posizione netta. Purtroppo capiamo che non si tratta di scegliere l’opzione migliore ma la meno peggiore. Se solo sapessimo qual è…


