Un ex dipendente di JPMorgan Chase cita in giudizio la banca e una collega con un’accusa pesante: la donna, in posizione gerarchica superiore, avrebbe preteso rapporti sessuali e condizionato la sua carriera al silenzio. La banca sostiene di aver condotto un’indagine interna e di non aver trovato riscontri. Il team legale della dirigente nega tutto: nessuna relazione, né romantica né sessuale, è mai esistita tra i due.
Entrambe le parti si preparano a un processo. La vicenda è giudiziariamente opaca, i fatti contestati, le versioni incompatibili. Ed è esattamente il tipo di storia su cui, nell’era dei social, s’innesca qualcosa di difficile da controllare.
Nel giro di pochi giorni dalla pubblicazione della denuncia, su X e Instagram compaiono video generati dall’IA che ritraggono i due protagonisti. Uno li mostra attraverso la vetrina di un bar: lei e lui, sorridenti, un bicchiere di vino. Alla fine del clip, si accorgono di essere osservati e sembrano preoccupati, come se fossero stati scoperti.
Il video non è volgare, non è grottesco e sembra un momento rubato. Ed è proprio per questo che è il più pericoloso: la sua forza non sta nello scandalo, ma nella plausibilità. Le altre clip sono più esplicite nel tono (una dirigente che balla in ufficio mentre i colleghi le lanciano banconote, il post che li ribattezza “50 Sfumature di JP Morgan”), ma è il frammento del caffè a mostrare dove sta andando questo fenomeno.
La disinformazione visiva non ha bisogno di essere clamorosa per fare danni. Ha bisogno di sembrare vera.
Filmmaking is evolving…📲🧑💻👩💻
Soon, AI will create scenes more real than reality 🎬🔥No sets, no locations – just AI and imagination 🎬 And this is just a glimpse of recent sex scandal Chirayu Rana and JP Morgan Executive Director Lorna Hajdini 👀 pic.twitter.com/XSL6lMRlgJ
— Anurag Singh (@anurag_ce) May 2, 2026
JPMorgan e perché ci crediamo
Uno studio Microsoft del 2025 ha rilevato che gli esseri umani riconoscono correttamente se un contenuto visivo è reale o generato dall’IA solo nel 62% dei casi, poco più del lancio di una moneta. E questo vale anche quando i video sono difettosi, stilizzati, palesemente artefatti. La soglia cognitiva che separa “sembra vero” da “è vero” si è già assottigliata; con il miglioramento dei modelli, continuerà a farlo.
A questo si aggiunge la meccanica dei social. Uno studio ha rilevato che allegare un’immagine a un post ne raddoppia le condivisioni. Quando quell’immagine genera emozioni quali indignazione, morbosità, identificazione, la diffusione accelera ulteriormente.
I creator che monetizzano le visualizzazioni hanno ogni incentivo ad alimentare la controversia con commenti, supposizioni, dramatizzazioni. Il contenuto falso diventa l’ossatura su cui si costruisce un ciclo mediatico che si autoalimenta, e che prescinde completamente dall’esito giudiziario.
Produrre questi video, nel frattempo, è diventato banale. Bastano un chatbot (come Grok di xAI, per citare il caso più discusso degli ultimi mesi) e pochi minuti. Non serve competenza tecnica, basta una foto pubblica e un’idea di cosa si vuole raccontare.
Le vittime e il vuoto legale
Per chi si ritrova vittima di un deepfake, gli strumenti di difesa sono quasi inesistenti. Negli Stati Uniti non esiste una disciplina federale organica che regoli la produzione e la diffusione di questi contenuti. Le vittime possono tentare strade civili, quali diffamazione, violazione della privacy, danno all’immagine. Ma i tempi sono lunghi, i costi alti, e nel frattempo il contenuto ha già fatto il giro del mondo.
Le prime risposte arrivano dai tribunali, non dai legislatori. A gennaio è stata depositata una class action contro xAI di Elon Musk: il chatbot Grok ha consentito la produzione e la diffusione di milioni di immagini alterate di donne e minori reali. Le accuse includono violazione della privacy, negligenza e diffamazione.
Separatamente, Ashley St. Clair, creator e madre di un figlio di Musk, ha citato in giudizio xAI per deepfake a sfondo sessuale che la ritraggono. Sono i primi casi strutturati e potrebbero ridefinire il perimetro della responsabilità legale delle piattaforme.
In Europa il quadro è più avanzato ma non ancora operativo. L’AI Act è in vigore ma gli obblighi di trasparenza sui deepfake (marcatura obbligatoria, rilevabilità automatica, etichettatura visibile), saranno vincolanti solo il 2 agosto 2026.
La copertura è ampia e include immagini, audio e video artificialmente generati, indipendentemente dal contenuto sessuale. L’AI Act però non stabilisce cosa succede quando un contenuto falso viene usato per influenzare un’aula di tribunale: nessuna sanzione penale specifica, nessuna regola su come i giudici debbano trattare prove o testimonianze contaminate da campagne deepfake.
La menzogna che scala
Danielle Citron, professoressa di diritto all’Università della Virginia e studiosa di abusi digitali, sostiene che vedremo un uso crescente di questo tipo di menzogna sintetica come strumento d’attacco. E quindi ci sarà un aumento di contenuti visivi falsi usati intenzionalmente per danneggiare persone reali, alimentare scandali, orientare l’opinione pubblica in contesti (come appunto un processo), dove la percezione può avere conseguenze concrete.
Le cause in corso contro xAI potrebbero cambiare qualcosa: ridefinire la responsabilità legale delle aziende che forniscono gli strumenti o rafforzare la protezione di chi viene colpito. Ma gli incentivi che rendono i deepfake appetibili da chi cercgi visibilità e voglia danneggiare o orientare, resteranno intatti. La produzione è troppo facile, la diffusione troppo rapida, il danno troppo immediato perché qualsiasi risposta legale possa essere tempestiva.
Il caso JPMorgan non è uno scandalo su JPMorgan. È una finestra su quello che succede quando uno strumento di disinformazione visiva incontra una storia già carica di ambiguità, interesse pubblico e morbosità. Quello che si è visto in questa vicenda, con milioni di visualizzazioni su contenuti falsi, costruiti in pochi minuti, su persone reali coinvolte in un procedimento giudiziario reale, è probabilmente solo un anticipo.
Fonte: Wall Street Journal


