Zuckerberg “compra” Alexandr Wang: 28 anni, 14 miliardi e un nuovo inizio

by | 13 Giu 2025 | Business, IA

Alexandr Wang, CEO di Scale AI. | Foto: the information
Tempo di lettura: 3 minuti

Il 9 giugno scrivevamo di 10 miliardi di dollari. Pochi giorni dopo la cifra, già vertiginosa, è cresciuta ulteriormente.

Meta ha infatti chiuso uno degli accordi più ambiziosi e simbolici dell’intero 2025: un investimento da 14,3 miliardi di dollari in Scale AI che non solo porta la startup a una valutazione record di 29 miliardi, ma soprattutto spalanca le porte di Menlo Park ad Alexandr Wang, enfant prodige dell’intelligenza artificiale, che guiderà la nuova divisione “superintelligenza” della società di Zuckerberg.

Wang, il colpo di Zuck

Nonostante l’esborso, Meta non entrerà nel board di Scale e formalmente non ne prenderà il controllo, ma con il 49% delle quote e, soprattutto, con Alexandr Wang nel proprio organico, ha messo a segno un gran colpo.

L’azienda ha motivato l’accordo con l’intenzione di “approfondire il lavoro che svolgiamo insieme nella produzione di dati per i modelli IA”, ma il vero cuore dell’operazione è un altro: portare in casa propria una delle menti più brillanti e influenti dell’intero ecosistema IA globale.

Classe 1997, Wang è nato a Los Alamos, New Mexico, figlio di due fisici immigrati dalla Cina. Ha abbandonato il MIT per fondare Scale, società specializzata nella fornitura di dati etichettati con estrema precisione, essenziali per l’addestramento di modelli come ChatGPT.

In pochi anni è diventato miliardario, ha attratto fondi da colossi come Nvidia, Amazon e la stessa Meta, e ha costruito una rete di contatti che va da Sam Altman ai corridoi del potere a Washington.

Da Scale AI ai laboratori di Menlo Park

Fondata nel 2016, Scale AI si è imposta come hub globale di etichettatura dei dati, grazie anche a piattaforme come Remotasks che reclutano lavoratori da tutto il mondo per eseguire il data labeling. Il suo valore era già salito a 14 miliardi nel maggio 2024, ma il nuovo accordo con Meta raddoppia di fatto quella cifra e consolida la sua posizione nel cuore dell’economia dell’intelligenza artificiale.

Nonostante l’investimento mastodontico, dicevamo, Meta ha deciso di non entrare nel consiglio di amministrazione della società. A sostituire Wang come CEO sarà Jason Droege, attuale chief strategy officer, mentre il fondatore resterà comunque nel board.

Una parte dei 1.500 dipendenti di Scale lo seguirà nel passaggio a Meta, dove avrà carta bianca nella costruzione del nuovo team dedicato alla superintelligenza.

Un salto strategico (e personale)

Con questa mossa, Zuckerberg scommette su un approccio manageriale più simile a quello di Sam Altman che a quello accademico di altri concorrenti.

Meta ha sofferto, negli ultimi mesi, una fuga di talenti e il ritardo nel rilascio di modelli open source competitivi rispetto a Google, OpenAI e DeepSeek. E invece di inseguire il paradigma della ricerca pura, ora affida le chiavi del futuro a un imprenditore che l’IA l’ha costruita come prodotto, e non come esperimento.

La posta in gioco è alta anche per Scale. Alcuni clienti potrebbero temere un conflitto d’interesse, considerando la permanenza di Wang nel board della società e la sua nuova affiliazione a Meta.

Ma per gli investitori iniziali, come Accel e Index Ventures, l’operazione è già un successo: potranno liquidare metà della loro quota a una valutazione da record.

Meta, dal canto suo, porta a casa non solo un asset tecnologico ma una guida giovane e profondamente radicata tanto nella Silicon Valley quanto nei palazzi del potere, viste le frequenti incursioni di Wang a Washington.

E l’antitrust?

Il fatto che Meta abbia scelto di non entrare nel consiglio di amministrazione di Scale potrebbe non essere soltanto una questione di stile gestionale.

In un contesto in cui la società è già nel mirino delle autorità antitrust (negli Stati Uniti è sotto processo per le acquisizioni di Instagram e WhatsApp, accusate di aver soffocato la concorrenza), rinunciare a un seggio nel board può servire a disinnescare eventuali accuse di controllo diretto.

Con una partecipazione al 49%, Meta rimane di fatto il maggiore investitore ma tecnicamente può sostenere di non esercitare un’influenza dominante sulle scelte operative della startup.

È una strategia che consente a Zuckerberg di tenere il piede dentro la porta del data labeling, senza però esporsi troppo alle attenzioni regolatorie.

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