La Camera dei rappresentanti ha approvato settimana scorsa la sua legge sulla difesa per l’anno fiscale 2027 con 216 voti favorevoli e 212 contrari, un margine risicato che racconta quanto la misura più discussa del testo abbia diviso Washington. Dentro il National Defense Authorization Act è rimasta intatta la Sezione 219, la norma che salda la cooperazione tra le forze armate statunitensi e israeliane sulla tecnologia della difesa.
Contro quell’articolo si è formato uno schieramento che di solito non s’incontra, con parlamentari repubblicani e democratici uniti nel chiederne la cancellazione, senza però riuscirci. Il pacchetto complessivo vale circa 1,15 trilioni di dollari (circa 1.010 miliardi di euro) e la partita politica s’è giocata su un solo comma.
Cosa prevede la Sezione 219
La Sezione 219 impone al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di designare un “agente esecutivo” dentro il Pentagono con un compito unico: coordinare la ricerca, i test, lo sviluppo di armi e l’integrazione industriale tra le forze armate statunitensi e le Forze di Difesa israeliane.
La cooperazione copre ambiti quali i sistemi anti-droni, la difesa missilistica e l’intelligenza artificiale. I promotori l’hanno presentata come uno strumento per allargare gli arsenali dei due Paesi e accelerarne l’innovazione.
Nella pratica, la norma istituisce una figura permanente incaricata di intrecciare le due basi industriali della difesa, ben oltre un semplice programma di scambio.
La sovranità come terreno comune
Contro l’articolo si sono trovati insieme il repubblicano libertario Thomas Massie (Kentucky) e il democratico Ro Khanna (California), per ragioni diverse ma convergenti.
Massie ha parlato di “un tradimento della sovranità americana” e, dopo il voto, ha scritto su X che la legge “fonde tragicamente la nostra tecnologia militare e le catene di fornitura con quelle di Israele”, augurandosi che il testo si areni al Senato. Khanna ha contestato alla radice l’idea di integrare l’esercito americano con quello israeliano.
Final vote total for the NDAA today which tragically merges our military technology and supply chains with Israel’s. Let’s hope this version fails in the Senate because Section 219 is a betrayal of our sovereignty. pic.twitter.com/FtIukTzblR
— Thomas Massie (@RepThomasMassie) July 22, 2026
I due avevano presentato un emendamento per eliminare la Sezione 219, che la Commissione Regole ha escluso dal voto in aula. Sette repubblicani hanno votato contro l’intera legge, sei democratici invece a favore: la frattura insomma ha attraversato entrambi i partiti.
La posta industriale
Secondo un’analisi del Quincy Institute for Responsible Statecraft, l’iniziativa intreccerebbe le forze armate dei due Paesi più di quanto abbiano fatto gli oltre 200 miliardi di dollari di aiuti militari ricevuti da Israele dal 1948.
Ad allarmare i critici è soprattutto l’istituzionalizzazione di una collaborazione che esiste già da decenni: una struttura fissa dentro il Pentagono renderebbe l’integrazione difficile da smontare, indipendentemente da chi siederà alla Casa Bianca. Chi si oppone teme che una parte del controllo sulle scelte militari americane finisca condivisa con un governo straniero.
Il testo passa ora al Senato, che ha una propria versione della misura (la Sezione 1217) ma il cui iter resta bloccato. Se le due camere approveranno testi diversi, la partita si sposterà in una commissione di conciliazione, dove Massie e Khanna hanno promesso di continuare la battaglia.
La dimensione europea
La vicenda riguarda anche l’Europa, che per le proprie difese compra già tecnologia militare israeliana. La Germania ha acquistato il sistema anti-missile Arrow 3, un contratto da circa quattro miliardi di euro (il più grande export nella storia della difesa israeliana), e ne ha schierato la prima batteria operativa a dicembre 2025.
Chi compra un sistema d’arma straniero dipende poi dal fornitore per i missili, i ricambi e gli aggiornamenti del software, e resta esposto alle scelte del suo governo. La vendita dell’Arrow 3 alla Germania, ad esempio, ha richiesto il via libera di Washington perché il sistema è sviluppato insieme agli Stati Uniti. La sovranità che Massie invoca oltreoceano è allora lo stesso terreno su cui l’Europa, comprando all’estero ciò che non produce in casa, ha già ceduto.
Su tutto pesa infine un dettaglio che ridimensiona la portata dell’opposizione: Massie ha perso le primarie e lascerà il Congresso a gennaio. La sua resta una battaglia di principio, con poco peso sull’esito finale.
Fonte: Washington Post


