Cosa succede quando i piani per un attacco militare finiscono per sbaglio sullo smartphone di un giornalista?
È quello che è accaduto lo scorso 15 marzo, quando il direttore di The Atlantic si è trovato incluso per errore in una chat riservata dell’amministrazione Trump dedicata agli attacchi contro gli Houthi nello Yemen.
Il caso, del quale sta parlando l’America in queste ore, è inquietante sotto molti punti di vista, sollevando interrogativi tecnici, legali e politici su come oggi viene gestita la sicurezza nazionale americana.
L’invito su Signal che non t’aspetti
Tutto è iniziato con una semplice notifica su Signal, l’app di messaggistica criptata preferita da attivisti, dissidenti e giornalisti. Il mittente si identificava come Michael Waltz, attuale consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump.
Il giornalista invece era Jeffrey Goldberg, direttore di The Atlantic dal 2016. Giornalista di lungo corso, ha costruito la sua carriera occupandosi di politica estera, sicurezza nazionale e Medio Oriente. Prima di assumere la guida della testata, ha lavorato per testate prestigiose come The New Yorker, The New York Times Magazine e The Washington Post.
The Atlantic, invece, è una delle più autorevoli riviste statunitensi. Fondata nel 1857 a Boston, ha da sempre un’impronta intellettuale e progressista ed è nota per i suoi approfondimenti, le inchieste e una forte attenzione ai temi della democrazia, della tecnologia, dell’etica e dei rapporti internazionali.
Questo excursus per spiegare che Goldberg non è esattamente la persona che ci si aspetterebbe di vedere coinvolta in una chat su Signal coi più stretti collaboratori di Trump. Tant’è che il giornalista, pur conoscendo di persona Waltz, ha accettato l’invito con qualche dubbio, pensando che potesse trattarsi di una trappola o di un tentativo di manipolazione.
Due giorni dopo, però, si è trovato in una chat di gruppo intitolata “Houthi PC small group”, insieme ad alti funzionari della sicurezza nazionale.
Non era un gruppo qualsiasi. Ne facevano parte 18 membri, tra cui il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il vicepresidente JD Vance, la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard, il segretario al Tesoro Scott Bessent e altri ancora.
Nessuno è sembrato accorgersi della presenza del giornalista nella chat. E nessuno, per giorni, ha sollevato domande su chi fosse quel misterioso “JG”.
Dibattito politico in tempo reale
Nel gruppo si è discusso a lungo delle operazioni militari imminenti contro gli Houthi in Yemen.
C’era chi, come Vance, ha sollevato dubbi sull’opportunità dell’intervento: il rischio di un aumento del prezzo del petrolio, l’incoerenza con la linea ufficiale verso l’Europa e il sospetto che l’opinione pubblica non avrebbe compreso realmente il perché dell’azione.
C’era chi, come Hegseth e Waltz, spingeva invece per agire immediatamente, anche per evitare fughe di notizie e anticipare eventuali mosse di Israele.
Non sono mancate stoccate all’Europa, accusata di approfittare della protezione americana senza contribuire adeguatamente. “Odio dover salvare di nuovo l’Europa”, scriveva Vance. “È patetico”, rispondeva Hegseth, salvo poi aggiungere: “Siamo gli unici al mondo in grado di farlo”.
Un altro alto funzionario (presumibilmente Stephen Miller) affermava invece che l’Europa dovrebbe dare qualcosa in cambio, qualora gli Stati Uniti riaprissero le rotte commerciali attraverso il canale di Suez a proprie spese.
Il giorno dell’attacco
Il 15 marzo, alle 11:44, Hegseth inviava un messaggio con dettagli operativi precisi: obiettivi, armi impiegate, tempistiche. Secondo quanto scriveva, le esplosioni sarebbero iniziate due ore dopo. E così è stato.
Intorno alle 13:55, i primi rapporti da Sanaa parlavano di detonazioni in tutta la città. La chat si è riempita di emoji, congratulazioni e ringraziamenti ai militari in azione.
Si è parlato anche dei danni causati e della possibile eliminazione di leader Houthi. Secondo fonti locali, almeno 53 persone sarebbero morte nei raid, ma il dato non è stato verificato in modo indipendente.
A questo punto, il giornalista ha deciso di uscire dalla chat, consapevole che la sua uscita avrebbe generato una notifica. Ha poi contattato direttamente Waltz, Hegseth e altri funzionari per chiedere spiegazioni.
Brian Hughes, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ha confermato l’autenticità della chat, spiegando che l’inclusione del numero del giornalista era stata un errore. “Non ci sono state minacce alla sicurezza nazionale”, ha però dichiarato.
Dal canto suo, il portavoce di Vance ha invece ribadito che il vicepresidente è perfettamente allineato con Trump, nonostante alcune opinioni espresse nei messaggi lasciassero intendere il contrario.
Un problema tecnico (e una certa incoerenza)
L’aspetto più inquietante della vicenda non è tanto il contenuto dei messaggi ma il mezzo utilizzato.
Signal è un’app pensata per la comunicazione sicura ma non è autorizzata dal governo americano per la condivisione di informazioni classificate. Esistono infatti sistemi protetti specifici e ambienti sicuri come i SCIF (Sensitive Compartmented Information Facility), dove queste discussioni dovrebbero avvenire. I telefoni personali, al contrario, possono essere hackerati o rubati.
Usare Signal per coordinare un attacco militare in corso, con dettagli che potrebbero compromettere la sicurezza delle truppe, ha fatto inorridire molti esperti di sicurezza.
Alcuni avvocati sentiti dall’Atlantic hanno sottolineato come questa pratica possa potenzialmente violare l’Espionage Act, la legge che regola la gestione delle informazioni di difesa nazionale. Anche il solo fatto di avere incluso un soggetto non autorizzato nella conversazione equivale, tecnicamente, a una fuga di notizie.
C’è anche una questione legata alla conservazione degli archivi: i messaggi erano programmati da Waltz per autodistruggersi in una o quattro settimane, in potenziale violazione delle norme federali sui documenti ufficiali. Secondo cui i testi ufficiali devono invece essere conservati.
A Jeffrey Goldberg non è sfuggito, infine, un paradosso politico. Donald Trump, durante la sua prima campagna elettorale e nel corso del suo primo mandato, aveva chiesto l’arresto di Hillary Clinton per aver utilizzato un server privato per email ufficiali quand’era Segretaria di Stato.
Oggi i membri dell’attuale amministrazione gestiscono comunicazioni ben più sensibili via app di terze parti, fuori dai canali ufficiali e senza adeguate misure di sicurezza.


