Negli Stati Uniti sta crescendo una nuova consapevolezza tra i giovani: l’università non è più l’unico percorso possibile per costruirsi un futuro. E secondo USA Today, sempre più diplomati scelgono di saltare il college per entrare direttamente nel mondo del lavoro, puntando su competenze tecniche e formazione professionale.
È un cambiamento profondo, che si accompagna a un calo significativo dell’interesse per i corsi universitari quadriennali e a una crescente attrazione per le cosiddette “scuole tecniche”, gli apprendistati, i bootcamp e tutte le formule ibride tra studio e mestiere.
Il motivo è duplice: da un lato c’è la voglia di fare esperienza sul campo, dall’altro l’insostenibilità dei costi universitari. Secondo l’Education Data Initiative, oggi un anno di college costa in media 9.750 dollari per gli studenti residenti nello Stato, 28.386 dollari per chi proviene da fuori, e oltre 38.000 dollari negli istituti privati.
Cifre peraltro che sono più che raddoppiate nel corso del XXI secolo, rendendo l’università sempre più elitista e meno accessibile.
Contemporaneamente, il costo medio di un programma completo in una scuola professionale è di circa 15.000 dollari, con la possibilità concreta di accedere a tirocini retribuiti e offerte di lavoro già durante la formazione.
Il risultato è che molti giovani scelgono consapevolmente di rimanere fuori dalle aule universitarie e di imparare un mestiere che consenta loro di guadagnare e crescere professionalmente senza debiti da ripagare per decenni.
Trump rilancia i percorsi tecnici (e l’America riscopre le STEM)
Il cambiamento culturale si riflette anche nelle scelte politiche. Il presidente Donald Trump ha fatto della valorizzazione dell’istruzione tecnica una bandiera identitaria: “L’America tornerà a premiare il lavoro duro e darà alle persone competenze reali per carriere reali”, ha dichiarato lo scorso febbraio.
Un’affermazione che si inserisce in una strategia più ampia volta a rispondere alle trasformazioni del mercato del lavoro e alle esigenze delle comunità locali, sempre più affamate di profili tecnici.
Non è solo propaganda: già nel suo primo mandato, Trump aveva firmato il Strengthening Career and Technical Education for the 21st Century Act, che ha rafforzato i finanziamenti federali per i programmi CTE (Career and Technical Education).
Oggi, nella sua seconda presidenza, ha avviato l’abrogazione di due regolamenti introdotti sotto Joe Biden, che obbligavano stati e distretti scolastici a modificare i criteri di misurazione del rendimento studentesco per poter ricevere fondi.
Per Trump, sono un ostacolo burocratico che soffoca la flessibilità delle scuole professionali. Il suo obiettivo è semplificare, finanziare e far crescere.
Questa spinta si lega anche a una ritrovata attenzione per le materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), sempre più centrali nei nuovi percorsi tecnici e nelle professioni emergenti, dalla stampa 3D all’automazione industriale.
Gli Stati Uniti sembrano dunque riscoprire il valore strategico delle competenze applicate, con un ritorno di interesse verso i saperi operativi, dopo anni dominati dalla retorica della laurea a ogni costo.
Una generazione in cerca di concretezza
Le ultime indagini di Gallup, Walton Family Foundation e Jobs for the Future lo confermano: quasi la metà degli studenti americani oggi non è interessata a iscriversi all’università. Cresce invece il numero di chi prende in considerazione corsi brevi, apprendistati e percorsi non accademici.
Il vero freno però spesso non è economico ma culturale. I genitori, soprattutto nelle comunità immigrate e nelle fasce sociali tradizionaliste, continuano a vedere nella laurea l’unica via sicura verso il successo. E faticano ad accettare che i figli scelgano strade diverse.
Eppure, in molti casi, i risultati parlano chiaro. I giovani che completano percorsi tecnici trovano lavoro prima, entrano in contatto diretto con il mondo produttivo e riescono ad affermarsi economicamente in tempi brevi.
Non è un ripiego ma una scelta consapevole: non contro lo studio, ma contro un modello di formazione percepito come scollegato dalla realtà.
Il ritorno delle STEM è anche il ritorno della manifattura
Tutto questo sembra riportare a galla una questione strutturale che gli Stati Uniti hanno a lungo rimosso: quella della manifattura.
Per anni, l’America ha di fatto abdicato al proprio ruolo produttivo, delegandolo alla Cina e ad altri Paesi asiatici. Ora, però, Trump ha chiesto (ma sarebbe meglio dire imposto) ad Apple di riportare la produzione sul suolo americano. Mettendo in difficoltà Tim Cook, CEO di Apple, secondo cui gli Stati Uniti non dispongono più di manodopera qualificata sufficiente per produrre iPhone in patria. Mentre la Cina sì.
È il segnale di un vuoto formativo e industriale che oggi sta presentando il conto. Ma senza una forza lavoro preparata, il reshoring resta uno slogan. Ecco perché la riscoperta delle STEM, dei laboratori, degli istituti tecnici e delle competenze specialistiche può essere letta non solo come una reazione al caro-college, ma anche come una risposta strategica alla crisi industriale americana.
Una nuova generazione sta imparando a costruire, a progettare, a produrre. E forse è proprio questo il segnale che gli Stati Uniti vanno cercavando.


