Il Dipartimento di Stato degli USA ha ordinato alle proprie ambasciate e ai propri consolati in tutto il mondo di sollevare con i governi ospitanti un tema preciso: le aziende cinesi di intelligenza artificiale starebbero sottraendo proprietà intellettuale ai laboratori statunitensi.
Lo rivela un documento riservato visionato da Reuters, inviato a tutte le sedi diplomatiche americane nel mondo. Le istruzioni sono esplicite: il personale diplomatico deve parlare con le controparti straniere delle “preoccupazioni relative all’estrazione e alla distillazione dei modelli di IA statunitensi da parte di avversari”.
Tra i soggetti esplicitamente citati figurano DeepSeek, Moonshot AI e MiniMax, tre aziende cinesi attive nello sviluppo di modelli di IA. Il documento precisa che “una richiesta separata è stata inviata a Pechino per essere sollevata direttamente con la Cina”.
Non si tratta di una dichiarazione pubblica o di un comunicato stampa. È una direttiva operativa, interna, trasmessa attraverso i canali riservati della diplomazia americana. Un segnale che Washington ha deciso di portare questa battaglia fuori dai confini del dibattito domestico.
La distillazione: tecnica legittima o furto mascherato?
Al centro delle accuse c’è un meccanismo tecnico chiamato distillazione: il processo con cui si addestra un modello di IA più piccolo usando gli output generati da un modello più grande e costoso.
In sé, la distillazione non è illegale. Il problema, secondo Washington, è quando avviene senza autorizzazione, cioè quando un’azienda usa i risultati di un sistema proprietario altrui per addestrare il proprio, aggirando anni di investimenti e ricerca.
Il documento riservato è esplicito sul punto: i modelli sviluppati attraverso “campagne di distillazione clandestine e non autorizzate consentono ad attori stranieri di rilasciare prodotti che appaiono performanti in modo comparabile su specifici benchmark, a una frazione del costo, ma non replicano le prestazioni complete del sistema originale”.
Non solo: secondo il Dipartimento di Stato, queste campagne “eliminano deliberatamente i protocolli di sicurezza dai modelli risultanti e smantellano i meccanismi che garantiscono la neutralità ideologica e l’orientamento alla verità”. È un’accusa che va ben oltre il diritto d’autore e che tocca la sicurezza e l’affidabilità stessa dei sistemi.
OpenAI aveva già avvertito i legislatori americani a febbraio che DeepSeek stava prendendo di mira le principali aziende di IA statunitensi per replicarne i modelli. Il documento riservato trasforma quella denuncia in una direttiva diplomatica globale.
Pechino respinge. E nel frattempo lancia il V4
La risposta cinese è arrivata puntuale. L’ambasciata cinese a Washington ha definito le accuse “infondate” e “attacchi deliberati allo sviluppo e al progresso della Cina nell’industria dell’IA”.
DeepSeek non ha commentato direttamente ma la sua posizione storica è nota: il modello V3 è stato addestrato su dati raccolti pubblicamente, senza fare ricorso a dati sintetici generati da OpenAI.
Il timing della vicenda, però, è eloquente. Proprio venerdì, lo stesso giorno del documento riservato americano, DeepSeek ha lanciato un’anteprima del suo nuovo modello V4, adattato per funzionare sui chip Huawei.
È un dettaglio tutt’altro che marginale: mentre Washington accusa la Cina di dipendere dalla proprietà intellettuale americana, Pechino avanza sulla propria autonomia nell’hardware. I chip Huawei sono infatti la risposta cinese alle restrizioni all’export imposte dagli Stati Uniti sui semiconduttori avanzati. DeepSeek su Huawei è, nei fatti, un messaggio.
Gli USA e la coalizione internazionale sull’IA
Lo scopo dichiarato del documento riservato è duplice: “mettere in guardia sui rischi derivanti dall’utilizzo di modelli di IA distillati da modelli proprietari statunitensi e gettare le basi per potenziali azioni di follow-up da parte del governo americano”.
La seconda parte è quella più rilevante sul piano strategico. Washington non si limita a denunciare: vuole costruire consenso internazionale attorno alla propria lettura del problema.
Molti governi occidentali e alcuni asiatici hanno già vietato a proprie istituzioni l’uso di DeepSeek, citando preoccupazioni sulla privacy dei dati. Ciononostante, i modelli dell’azienda cinese figurano costantemente tra i più scaricati sulle piattaforme internazionali di modelli open source.
Il divario tra la posizione ufficiale dei governi e il comportamento reale degli utenti (sviluppatori, ricercatori, aziende), è una delle questione che questa offensiva diplomatica non risolve. E che anzi rende più visibile.
Fonte: Reuters


