TSMC sotto accusa: gli Stati Uniti valutano una multa miliardaria

by | 9 Apr 2025 | Business, Tech War

Tempo di lettura: 2 minuti

Il colosso taiwanese dei semiconduttori TSMC rischia una sanzione da oltre un miliardo di dollari per aver prodotto un chip che, secondo le autorità statunitensi, sarebbe finito all’interno di un processore d’intelligenza artificiale realizzato da Huawei.

Ciò rappresenterebbe una violazione delle norme americane sul controllo delle esportazioni. Lo riferiscono fonti vicine al dossier e riprese dal South China Morning Post.

L’inchiesta americana su TSMC

L’indagine è stata avviata dal Dipartimento del Commercio statunitense e si concentra sul lavoro svolto da TSMC per Sophgo, una società cinese di progettazione di chip.

Il componente realizzato su specifica di Sophgo risulterebbe infattividentico a quello montato sull’Ascend 910B, un processore AI di fascia alta prodotto da Huawei.

L’azienda cinese, già al centro delle tensioni geopolitiche tra Cina e Stati Uniti, è infatti sottoposta a rigide restrizioni commerciali da parte di Washington e non può ricevere tecnologia americana senza licenza.

Secondo Lennart Heim, ricercatore presso il Technology and Security Center del RAND, che monitora i progressi della Cina nel settore dell’intelligenza artificiale, TSMC avrebbe prodotto quasi tre milioni di chip su richiesta di Sophgo negli ultimi anni.

Una parte sostanziale di questi componenti, afferma Heim, sarebbe con ogni probabilità arrivata nelle mani di Huawei, aggirando le restrizioni imposte dal governo statunitense.

Perché gli USA multano un’azienda taiwanese

La questione chiave riguarda il fatto che, pur essendo un’azienda taiwanese, TSMC utilizza macchinari contenenti tecnologia statunitense. Di conseguenza, le sue fabbriche ricadono sotto la giurisdizione delle leggi americane in materia di export.

In base a queste norme, non è consentito produrre chip per Huawei o per qualsiasi altra società cinese considerata a rischio, senza una specifica autorizzazione da parte degli Stati Uniti.

“Considerato che il progetto era destinato ad applicazioni di intelligenza artificiale e che Sophgo ha sede in Cina, TSMC non avrebbe dovuto accettare quell’ordine, data l’elevata probabilità che i chip potessero finire a Huawei”, ha dichiarato Heim.

La multa ipotizzata, che potrebbe superare il miliardo di dollari, deriva da una clausola delle norme sul controllo delle esportazioni, che prevede una sanzione fino al doppio del valore delle transazioni ritenute illecite.

Eppure dovrebbe investire 100 miliardi…

L’indagine arriva in un momento particolarmente sensibile per le relazioni commerciali tra Washington e Taipei.

La settimana scorsa, il presidente Donald Trump ha imposto un dazio del 32% su una serie di importazioni da Taiwan, escludendo però al momento i semiconduttori.

Lo stesso Trump ha dichiarato che il suo team sta valutando l’ipotesi di estendere le tariffe anche al comparto dei chip.

Tutto ciò avviene mentre alla Casa Bianca, lo scorso marzo, TSMC ha annunciato un piano di investimenti da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti, che prevede la costruzione di cinque nuovi impianti produttivi nel Paese nel corso dei prossimi anni.

Una mossa pensata per rafforzare i legami con Washington e per rispondere alle esigenze di sovranità tecnologica dell’America. Che però non sta sortendo i risultati sperati.

In una dichiarazione ufficiale, Nina Kao, portavoce di TSMC, ha affermato che l’azienda “è pienamente impegnata nel rispetto della legge” e ha sottolineato che TSMC non fornisce chip a Huawei dal settembre 2020. “Stiamo collaborando attivamente con il Dipartimento del Commercio”, ha aggiunto.

Al momento, non è stata presa alcuna misura pubblica contro TSMC ma secondo fonti vicine al dossier, la prassi abituale in questi casi prevede che il Dipartimento del Commercio invii un documento preliminare (la cosiddetta proposed charging letter), in cui si dettagliano le presunte violazioni, il periodo in cui sono avvenute, il valore economico coinvolto e la formula con cui viene calcolata la sanzione.

L’azienda ha 30 giorni di tempo per replicare.

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