L’iPhone è diventato una delle vittime più eclatanti della nuova guerra commerciale scatenata dal presidente Donald Trump.
Con un colpo secco, la Casa Bianca ha annunciato un aumento drammatico delle tariffe sulle importazioni cinesi: dal 10 aprile, ogni bene proveniente da Pechino sarà colpito da un dazio minimo del 104%.
Ma non si tratta solo della Cina. Anche India e Vietnam, due Paesi chiave nella strategia di diversificazione produttiva di Apple, sono finiti nel mirino: i dazi sono saliti rispettivamente al 26% e al 46%.
Si tratta di un terremoto che rischia di far impennare i prezzi degli smartphone di Cupertino, a partire dal modello simbolo: l’iPhone.
Gli economisti stimano che un dispositivo venduto a 1.000 dollari potrebbe presto costare almeno 1.250. E la reazione dei consumatori non si è fatta attendere: in molti, negli Stati Uniti, stanno correndo nei negozi per acquistare nuovi dispositivi prima dell’aumento dei prezzi.
La globalizzazione smontata, vite dopo vite
L’iPhone è forse il simbolo più potente dell’era delle catene di produzione globali. Viene progettato a Cupertino ma viene assemblato in Asia, con componenti provenienti da una rete globale di fornitori.
Processori, display, fotocamere, memorie e modem arrivano da ogni angolo del mondo, e solo per l’iPhone 16 Pro il costo complessivo delle parti raggiunge i 507 dollari, secondo Counterpoint Research appena sopra la metà del prezzo di listino.
Ora, però, la Casa Bianca vuole rompere questo schema. “L’esercito di milioni e milioni di esseri umani che avvitano piccole viti per fare gli iPhone… quel tipo di attività tornerà in America”, ha dichiarato domenica il Segretario al Commercio Howard Lutnick in un’intervista alla CBS.
Trump parla apertamente di “rivoluzione economica”: un cambio di paradigma che prevede catene produttive accorciate, fornitori nazionali e lavoratori americani in ogni anello del processo.
Apple, tra dazi e fuga dal mercato
Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, Apple ha cercato per anni di ridurre la sua dipendenza dalla Cina, spostando parte della produzione in Vietnam e India.
AirPods, Apple Watch e MacBook portano ormai spesso l’etichetta “Made in Vietnam”, e anche alcuni modelli di iPhone 16 vengono assemblati in India. Ma non basta.
La capacità produttiva indiana infatti non può soddisfare da sola la domanda globale. E a prescindere da dove siano assemblati i dispositivi, la maggior parte delle componenti chiave continua ad arrivare da fornitori asiatici.
Non stupisce, quindi, che dopo l’annuncio dei dazi, i mercati abbiano reagito con panico.
Apple ha perso quasi 640 miliardi di dollari di capitalizzazione tra venerdì e lunedì, e nella giornata di martedì il titolo ha registrato un ulteriore calo del 5%.
Una crisi nel momento peggiore
Per Apple, i dazi arrivano nel momento più delicato. Le vendite di iPhone 16 sono inferiori a quelle dell’iPhone 15 nello stesso periodo di lancio, e già l’anno scorso gli operatori telefonici avevano denunciato tassi di aggiornamento ai minimi storici.
Nel frattempo, il visore Vision Pro non ha conquistato il grande pubblico e le nuove funzioni “Apple Intelligence” non hanno convinto.
In Cina, poi, Apple sta perdendo terreno nei confronti di Huawei e Samsung, mentre molti clienti scelgono di tenersi il vecchio iPhone ancora per un po’. E se i prezzi saliranno, come tutto lascia prevedere, il rischio è che ancora più consumatori decidano di rinviare l’acquisto.
Tornare a produrre gli iPhone in America: sì, ma a che prezzo?
La Casa Bianca insiste: gli iPhone possono essere prodotti negli Stati Uniti. “Assolutamente sì, Trump è convinto che abbiamo manodopera, competenze e risorse per farlo”, ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt, sottolineando che l’investimento da 500 miliardi annunciato da Apple in febbraio sarebbe un segnale in quella direzione.
Ma a Cupertino il pragmatismo regna sovrano. Portare la produzione negli USA significherebbe affrontare costi del lavoro molto più alti, una rete di fornitori ancora inesistente e una filiera tutta da ricostruire.
“La produzione degli iPhone non tornerà in America”, ha tagliato corto una fonte vicina ai piani industriali dell’azienda.
E anche tra i consumatori c’è scetticismo. “Non torneremo mai a essere il paese manifatturiero che eravamo una volta”, ha commentato uno di loro, appena uscito da un Apple Store con in mano un nuovo iPhone.
Un gesto d’impulso, forse, ma anche una scelta lucida davanti a un futuro che promette di essere più caro e molto più complicato.


