La Federal Communications Commission ha vietato ieri l’importazione dei robot umanoidi, e con una sola mossa ha allargato il fronte della guerra tecnologica tra Washington e Pechino.
Il divieto arriva dopo una decisione dell’amministrazione Trump, che ha classificato come rischio per la sicurezza nazionale l’ingresso negli Stati Uniti di queste macchine, insieme ai quadrupedi che imitano i cani e agli automi su ruote.
Le aziende dei due Paesi presentano i robot come la prossima generazione di operai, domestici e persino soldati, pronti a muoversi in un mondo costruito su misura per gli esseri umani. Gli Stati Uniti hanno scelto di tener fuori quelli cinesi.
La sicurezza come argomento
“I dispositivi robotici avanzati raccolgono dati che potrebbero essere sfruttati da soggetti ostili per sorvegliare gli americani, potenziare i servizi di intelligence stranieri o assumere il controllo dei robot da remoto”, hanno scritto i funzionari nella motivazione. È la stessa logica già applicata ai droni e ai router cinesi: un apparecchio connesso diventa una porta d’accesso.
L’ambasciata cinese a Washington ha replicato accusando gli Stati Uniti di “politicizzare e strumentalizzare” le questioni tecnologiche e commerciali, e denunciando “denigrazione e sanzioni contro le aziende cinesi sotto ogni sorta di pretesto infondato”.
Pechino ha promesso di adottare “tutte le misure necessarie” a tutela dei propri interessi. È uno scontro di dichiarazioni, mentre il divieto entra comunque in vigore.
Il terreno è industriale
Dietro l’argomento della sicurezza c’è una posta economica enorme. Gli analisti di Morgan Stanley stimano che il mercato dei robot umanoidi possa valere 5.000 miliardi di dollari entro il 2050, e chiudere le frontiere significa consegnare quel mercato interno alle aziende americane.
La motivazione dei funzionari lo dice senza giri di parole: “Gli Stati Uniti devono avere una catena di approvvigionamento e una base industriale della robotica indipendenti e resilienti”.
Il punto è che oggi quella base non c’è. La Cina domina la produzione mondiale di umanoidi, con una quota che secondo Barclays sfiora l’85 per cento: dei circa 15.000 robot spediti nel 2025, Unitree e AGIBOT ne hanno consegnati oltre 5.000 ciascuna, mentre le americane Tesla e Figure AI si sono fermate a poche centinaia.
E come abbiamo raccontato, la rinascita manifatturiera americana dipende ancora in larga parte dai robot stranieri.
I nomi dietro la spinta americana ai robot
La spinta a produrre in patria tocca da vicino la famiglia del presidente. Eric Trump è investitore e consigliere strategico di Foundation Future Industries, una startup di San Francisco che sviluppa il robot umanoide Phantom.
La società avrebbe incassato circa 24 milioni di dollari (circa 20 milioni di euro) in contratti di ricerca del Pentagono. E due unità sono già state inviate in Ucraina per test logistici. “Dobbiamo vincere questa corsa negli Stati Uniti d’America”, ha dichiarato Eric Trump in televisione, mentre la senatrice Elizabeth Warren parlava di “corruzione in piena luce”.
Il fratello Donald Trump Jr. è invece partner di 1789 Capital, fondo che si definisce di “capitalismo patriottico” e che, secondo un’analisi del Washington Post, ha investito in 11 delle 15 società di difesa, robotica e IA con commesse del Pentagono, da SpaceX ad Anduril.
La stessa famiglia che firma il divieto sui robot cinesi è dunque coinvolta nei robot americani, uno dei quali viene proposto proprio come rivale di Pechino.
Il divieto agli inverter
Il secondo divieto fa meno rumore ma rischia di pesare di più perché colpisce gli inverter di potenza, i dispositivi che collegano i pannelli solari alla rete elettrica.
I funzionari citano segnalazioni sulla loro vulnerabilità agli attacchi via internet, col rischio che intere porzioni di rete vengano spente da remoto. E la rete elettrica non è mai stata così esposta: la corsa ai data center per l’IA sta facendo impennare la domanda di energia, e i megawatt diventano così obiettivi sensibili per eventuali sabotaggi.
È un fronte che riguarda anche l’Europa, e l’Italia, dove la dipendenza dagli inverter cinesi è altrettanto marcata. E come abbiamo scritto, la strategia americana per frenare la Cina non sta dando i risultati sperati: i divieti si applicano formalmente a tutti, ma nei casi passati di droni e router la FCC ha poi concesso esenzioni ai produttori non cinesi. Il bersaglio, dietro la formula universale, resta uno solo.
Fonte: Washington Post


