Un’attrice comica a cui si minaccia di togliere la cittadinanza. Una giornalista arrestata mentre trasmette in streaming una protesta. Una stilista virale che si rivela immigrata irregolare e finisce nel mirino della politica. Il caso dell’influencer Khaby Lame.
E poi ancora: avvocati che consigliano ai creator stranieri di non pubblicare contenuti politici, di evitare le proteste e, se possibile, di non viaggiare affatto.
Non è uno scenario distopico ma l’America del secondo mandato Trump descritta da articoli apparsi su Axios e Bloomberg, in cui il potere esecutivo sembra aver preso di mira chiunque alzi la voce, soprattutto sui social.
Dalle minacce a Rosie O’Donnell all’espulsione di Khaby Lame
L’ultimo episodio risale a ieri, con un post su Truth Social in cui il presidente Donald Trump ha minacciato esplicitamente di revocare la cittadinanza americana alla comica e conduttrice TV Rosie O’Donnell.
“Non è nel miglior interesse del nostro Grande Paese,” ha scritto Trump, “sto seriamente considerando di toglierle la cittadinanza.” E ancora: “È una Minaccia per l’Umanità, e dovrebbe restare in Irlanda, se la vogliono. Dio benedica l’America!”.
Parole senza fondamento legale, in quanto la Costituzione vieta al presidente di revocare la cittadinanza a piacimento. Ma comunque dal forte valore simbolico: un avvertimento a chiunque scelga di criticare l’operato presidenziale.
La O’Donnell, che sabato aveva già duramente criticato Trump, ha rincarato la dose domenica con un TikTok da Dublino, accusandolo di essere indirettamente responsabile delle alluvioni in Texas, avendo in questi mesi “smantellato i sistemi di allerta meteo” coi famigerati tagli del DOGE.
Quasi in parallelo, Bloomberg ricorda il caso di Khaby Lame, il creator senegalese-italiano da milioni di follower su TikTok, fermato a Las Vegas da agenti dell’immigrazione per aver sforato il proprio visto.
Lame, noto per i suoi video muti e apolitici, era stato indicato su X da Bo Loudon, influencer conservatore vicino a Barron Trump, come “influencer di estrema sinistra”. È stato lui a vantarsi di aver allertato le autorità.
L’attenzione (strategica) verso chi fa informazione digitale
Per molti creator internazionali, gli Stati Uniti sono ancora una terra promessa: brand con budget generosi, accordi con Hollywood e opportunità globali. Ma l’attuale clima politico sta trasformando questa promessa in un campo minato.
“Consiglio ai miei clienti di evitare completamente i viaggi internazionali”, dichiara a Bloomberg Genie Doi, avvocata esperta in immigrazione digitale. “Ogni ingresso è un’occasione per le autorità di controllare i tuoi dispositivi senza mandato”.
Il consiglio più frequente che gli avvocati stanno dando agli influencer non americani è disarmante nella sua semplicità: non parlare di politica. Nemmeno con un retweet, un meme o un like. Nemmeno se si è già negli Stati Uniti.
Secondo David Rugendorf, un altro legale dell’immigrazione, “questo governo è particolarmente sensibile al potere dei social media e vuole contrastare certe posizioni”.
Lo conferma il caso di Mario Guevara, giornalista salvadoregno arrestato a metà giugno mentre trasmetteva in diretta delle proteste anti-Trump nei pressi di Atlanta. Nonostante avesse l’autorizzazione al lavoro, secondo The New Yorker è stato consegnato all’ICE e ora rischia l’espulsione.
Il cuore (odierno) dell’informazione: gli influencer
Secondo Pew Research, un quinto degli americani si informa tramite gli influencer. Il 27% di questi è conservatore o pro-Trump, il 21% progressista. Il che spiega perché la macchina della politica si stia muovendo con estrema rapidità per silenziare le voci dissonanti.
In tale contesto, anche il mercato si adegua. Secondo Crystal Duncan, di Tinuiti, molte aziende stanno prendendo le distanze dai creator che si espongono su temi politici, per evitare rischi reputazionali. E Jasmine Enberg, analista di eMarketer, ha osservato che, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, “i brand sono diventati molto più silenziosi su qualsiasi questione sociale o politica”.
Anche gli uffici immigrazione si stanno adattando: il Dipartimento di Stato ora controlla in modo più stringente i profili social di chi richiede i visti O1-B, solitamente usati dagli entertainer. “Se la tua priorità è non essere espulso”, conclude l’avvocato Telfer, “stai lontano dalle proteste”.


