L’alleanza tra Donald Trump e il mondo tech si sta incrinando su uno dei temi più caldi della sua nuova amministrazione: la strategia dei dazi.
Al centro dello scontro c’è una contrapposizione radicale tra due visioni dell’America. Da una parte, i big della tecnologia spingono per un’economia proiettata nel futuro, alimentata dall’intelligenza artificiale e da filiere globali altamente specializzate.
Dall’altra, Trump punta tutto su una rinascita industriale in stile anni ’50, basata su barriere commerciali e rilocalizzazione produttiva.
Si tratta di due orizzonti inconciliabili, che rischiano di far saltare un equilibrio già precario.
La scommessa dell’intelligenza artificiale
Secondo gli innovatori della Silicon Valley, gli Stati Uniti si trovano all’alba di una nuova era, quella dell’intelligenza artificiale. Una tecnologia così potente da ridefinire mercati, industrie e rapporti di forza geopolitici.
Con un vantaggio iniziale significativo, l’America potrebbe guidare questa rivoluzione grazie alla forza dei suoi chip, dei suoi dati, delle sue fonti energetiche.
In questo scenario, una nuova prosperità potrebbe emergere anche per la classe media americana, trainata da imprese tecnologiche all’avanguardia.
Ma c’è un problema: questi ecosistemi non si costruiscono in un giorno, e soprattutto non si costruiscono da soli.
Il ritorno al passato secondo Trump
Per Trump, invece, l’America è in declino, forse irreversibile. Un Paese che è stato, come ha detto lui stesso, “saccheggiato e depredato”.
L’unica via di salvezza, secondo il presidente, è quella della forza: azzerare i deficit commerciali e riportare in vita l’America del dopoguerra, fatta di fabbriche, operai, idraulici ed elettricisti.
L’intelligenza artificiale non basta. Servono dazi, anche se dolorosi.
Per Trump, saranno proprio questi a generare nuovi posti di lavoro ben pagati e a riportare negli Stati Uniti gli impianti produttivi. “Costruiremo qui, verremo qui, resteremo qui”, è il mantra che riecheggia tra i suoi sostenitori.
Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca e oggi voce di riferimento della galassia MAGA, non ha dubbi: i miliardari della tecnologia sono “globalisti narcisisti che mettono al primo posto la loro ricchezza e il loro potere”. I veri patrioti, secondo Bannon, “mettono al primo posto il Paese e i cittadini americani”.
Lunedì, dopo l’annuncio dell’apertura di nuovi negoziati sui dazi tra Stati Uniti e Giappone, ha mandato un messaggio chiaro: “Isolare la Cina… Che abbia inizio una nuova Età dell’Oro”.
I dazi e i nervi scoperti della Silicon Valley
Elon Musk ha dato voce a un malcontento crescente.
In un tweet – poi cancellato – ha attaccato duramente Peter Navarro, consigliere commerciale di Trump, dicendo che “non ha costruito un bel niente”. Navarro ha replicato su CNBC definendo Musk “non un costruttore di automobili, ma un assemblatore, in molti casi”.
Non si tratta solo di scaramucce personali. Dietro questi scontri verbali si nasconde la preoccupazione concreta che i dazi possano mettere in ginocchio l’intera infrastruttura tecnologica americana, dalle catene di approvvigionamento globali ai prezzi dei dispositivi elettronici.
Anche il mondo della finanza tech comincia a prendere le distanze.
Brad Gerstner, CEO di Altimeter Capital, ha avvertito che “i dazi in stile nucleare non sono ciò per cui la gente ha votato – distruggeranno l’economia americana, non la renderanno di nuovo grande”.
Le sue parole risuonano mentre i giganti della tecnologia accusano perdite pesantissime: i cosiddetti “Magnifici 7” hanno perso oltre mille miliardi di dollari nelle ultime tre giornate di Borsa.
Un colpo durissimo, che fa tremare anche gli investitori più ottimisti.
Un’alleanza sempre più fragile
Fin dall’inizio, l’alleanza tra la base MAGA di Trump e il mondo tech è apparsa instabile.
Trump ha costruito il suo consenso su una narrazione nostalgica e identitaria, mentre la Silicon Valley ha sempre guardato avanti, verso il progresso e l’innovazione.
Ciò che li accomuna è forse solo uno stile aggressivo, “move fast and break things”. Senza dimenticare il desiderio di liberarsi del wokism imposto dalla sinistra radicale e di una maggiore deregulation, l’opposto di quanto fatto dalla precedente amministrazione. Su tutto il resto, però, le differenze sono abissali.
La guerra dei dazi allora non è solo una battaglia economica: è il banco di prova definitivo di questa strana convivenza. E potrebbe decretarne la fine.


