Donald Trump ha annunciato ufficialmente l’avvio di un ambizioso programma di difesa antimissilistica chiamato Golden Dome, che punta a realizzare uno scudo emisferico capace di proteggere gli Stati Uniti (e forse anche il Canada) da attacchi balistici, compresi quelli ipersonici e nucleari.
Il progetto prevede uno stanziamento iniziale da 25 miliardi di dollari ma, secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente, il costo complessivo si aggirerà attorno ai 175 miliardi.
Nella sua fase iniziale, il programma era stato internamente indicato con il nome Iron Dome, rischiando però di creare confusione col celebre sistema di difesa israeliano. La Casa Bianca ha quindi deciso di cambiare nome al suo progetto per evitare sovrapposizioni.
Uno scudo contro le minacce globali
Trump ha affidato la guida del progetto al generale Michael Guetlein della Space Force e ha definito la nuova iniziativa “fondamentale per il successo e persino per la sopravvivenza del nostro Paese”. “È un mondo piuttosto malvagio là fuori,” ha detto durante la presentazione ufficiale, sottolineando la necessità di proteggere il continente da attacchi sempre più sofisticati.
Tra gli obiettivi dichiarati del Golden Dome c’è la capacità di intercettare una vasta gamma di minacce: missili ipersonici, ICBM, proiettili nucleari e armi lanciabili anche dallo spazio.
Un concetto che richiama direttamente il sogno mai realizzato dell’ex presidente Ronald Reagan, che negli anni Ottanta aveva proposto un progetto simile noto come “Scudo Spaziale” o “Iniziativa di Difesa Strategica”.
“Reagan voleva costruire qualcosa del genere, ma all’epoca non avevano la tecnologia,” ha affermato Trump. “Adesso ce l’abbiamo, e si tratta di una super tecnologia.”
I dubbi sulla fattibilità del Golden Dome
Il piano ha già generato numerosi dubbi tra esperti e analisti del settore sicurezza, che mettono in discussione la fattibilità tecnica di un sistema simile, soprattutto su scala continentale.
Alcuni sottolineano che replicare le capacità del sistema israeliano Iron Dome negli Stati Uniti richiederebbe non solo risorse enormi ma anche un livello di coordinamento e di copertura tecnologica difficilmente realizzabile nel breve termine.
Nonostante le perplessità, Trump si è detto fiducioso e ha rivelato che anche il Canada ha espresso interesse a essere incluso nello scudo protettivo. Ovviamente, visti i rapporti non proprio distesi tra le due nazioni, ha subito chiarito che la loro eventuale partecipazione dovrà essere accompagnata da un equo contributo economico: “Dovranno pagare la loro giusta quota”, ha dichiarato senza mezzi termini, accennando a possibili trattative internazionali che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi.
L’industria della difesa è già in fermento
Con l’ordine esecutivo firmato per avviare ufficialmente il progetto, le grandi aziende della difesa hanno iniziato a muoversi per ottenere un ruolo nella realizzazione del Golden Dome.
Tra le realtà più attive ci sono Lockheed Martin, Palantir Technologies, Anduril Industries e SpaceX, che secondo Reuters starebbero già collaborando su alcune componenti tecniche. L’interesse è massimo anche da parte di società specializzate in sistemi radar, intelligenza artificiale militare e satelliti di sorveglianza.
L’idea centrale è quella di costruire una rete integrata di sensori terrestri e spaziali, affiancata da intercettori orbitali in grado di neutralizzare le minacce prima che raggiungano il suolo americano.
La realizzazione di questo ecosistema (una combinazione di software predittivi, sistemi autonomi e tecnologie aerospaziali), rappresenterebbe un salto di qualità nella capacità difensiva degli Stati Uniti. Ma richiederà un livello di innovazione e coordinamento senza precedenti, anche tra le diverse amministrazioni americane.


