Rompendo nettamente con l’approccio cauto dell’amministrazione Biden, il presidente Donald Trump ha presentato ieri un ambizioso “Piano d’Azione per l’Intelligenza Artificiale” che promette di accelerare lo sviluppo dell’IA americana rimuovendo vincoli normativi, supervisioni etiche e riferimenti considerati ideologicamente scomodi.
Il piano esclude infatti ogni menzione a concetti come diversità, equità, inclusione, cambiamento climatico e disinformazione, considerati dall’attuale amministrazione tentativi di “social engineering”.
La nuova strategia federale definisce l’IA come un campo dove la posta in gioco è la supremazia globale degli Stati Uniti, e per raggiungere questo obiettivo, sostiene Trump, è necessario lasciare mano libera alle aziende private.
Il documento si rivolge direttamente alle grandi piattaforme, promettendo agevolazioni fiscali, deregolamentazione ambientale e incentivi all’espansione infrastrutturale, in particolare per la costruzione di data center ad alto consumo energetico.
Dietro il richiamo alla “libertà di parola” e alla lotta contro l’“ideological bias” dei modelli linguistici, si intravede comunque un progetto più ampio: trasformare l’IA in uno strumento di identità politica, oltre che di potere economico. Il governo chiede che i sistemi adottati dalle agenzie federali riflettano valori “oggettivi”, escludendo dalle linee guida qualsiasi riferimento che possa essere interpretato come progressista.
Alcuni osservatori, come la data scientist ed ex inviata del Dipartimento di Stato Rumman Chowdhury, hanno però fatto notare l’ambiguità della richiesta: “l’unico modo per essere neutrali sarebbe il non interagire affatto”.
Eugene Volokh, docente di diritto costituzionale ed esperto di libertà di espressione, osserva invece che un ordine che stabilisca ‘Non faremo affari, in materia di modelli di IA o altro, con aziende che producono modelli non neutrali’ violerebbe probabilmente il Primo Emendamento”.
La mano delle Big Tech e le battaglie sul copyright
Dietro le dichiarazioni di principio si muovono interessi concreti. Secondo il New York Times, aziende come OpenAI, Google e Meta hanno partecipato attivamente alla stesura del Piano d’Azione, presentando osservazioni pubbliche e richieste specifiche.
Tra queste, l’eliminazione delle barriere agli investimenti esteri per la costruzione di data center, sgravi fiscali e una chiara posizione del governo sul tema del copyright.
Meta, in particolare, ha chiesto alla Casa Bianca di emanare un ordine esecutivo che confermi esplicitamente il principio del “fair use” (uno lecito, ndR) per l’addestramento dei modelli su contenuti disponibili online.
La questione è tutt’altro che marginale: testate giornalistiche, case editrici e artisti hanno avviato numerose cause contro le aziende di IA, accusandole di avere utilizzato opere protette senza autorizzazione. Tra i casi più rilevanti, proprio quello del New York Times, che ha citato in giudizio OpenAI e Microsoft per violazione del copyright.
Il nuovo piano dell’amministrazione Trump sceglie di non affrontare la questione: non una parola è dedicata al diritto d’autore. Un silenzio che, alla luce delle controversie legali in corso, rischia di apparire come una presa di posizione implicita a favore delle big tech e della libera espropriazione di contenuti per fini commerciali.
La battaglia con la Cina la si gioca anche sull’open source
Se da un lato il Piano si presenta come un manifesto ideologico conservatore, dall’altro risponde a una sfida strategica concreta: la concorrenza cinese. In particolare, il documento sottolinea la necessità di sostenere i modelli open source “creati con valori americani” per contrastare quelli sviluppati nei laboratori di Pechino, come DeepSeek o Qwen.
Trump promette di fornire accesso a risorse computazionali, normalmente riservate a contratti milionari tra aziende e fornitori cloud, anche a startup e ricercatori indipendenti che lavorano su modelli aperti.
Una mossa che, se attuata, potrebbe riequilibrare un settore sempre più dominato da pochi attori con enormi capitali. Le beneficiarie potenziali sono realtà come Meta, AI2 e Hugging Face, tra i maggiori sostenitori dell’approccio open.
Dietro questa apertura si intravede un calcolo geopolitico preciso: usare l’open source non solo come leva di innovazione ma come strumento per diffondere le IA americane in una competizione globale sempre più esplicita.
Trump trasforma l’IA in priorità strategica nazionale
Se c’è un punto in cui il piano Trump si mostra particolarmente esplicito, è quello della sua ambizione geopolitica.
L’intelligenza artificiale viene dichiarata “imperativo di sicurezza nazionale”, anche se il concetto, spesso abusato, viene usato qui per giustificare l’espansione dell’influenza statunitense nei mercati esteri, il sostegno governativo all’industria tech, l’espulsione di componenti cinesi dalle filiere e il consolidamento del primato digitale americano.
In questo contesto, lo stesso Piano promuove iniziative che esulano dallo sviluppo civile dell’IA, come la diffusione delle tecnologie nei sistemi militari e nei programmi di intelligence, nonché la promozione di hackathon federali per testare la sicurezza dei modelli contro minacce cyber o usi non convenzionali come lo sviluppo di armi chimiche e biologiche.
È un approccio che riflette la logica della competizione esistenziale con i “rivali strategici” e che subordina l’etica, il pluralismo e i diritti fondamentali al principio dell’efficienza. In nome dell’innovazione, e della bandiera.


