Trump minaccia dazi del 100% sui chip. Con alcune eccezioni

by | 7 Ago 2025 | Politica, Tecnologia

Il presidente degli USA, donald trump
Tempo di lettura: 3 minuti

Nel giorno in cui Apple ha annunciato un ulteriore investimento da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti, Donald Trump ha colto l’occasione per alzare il livello dello scontro globale sui semiconduttori.

Dall’Ufficio Ovale, il presidente degli USA ha dichiarato l’intenzione di imporre una tariffa del 100% sui chip importati, un’affermazione che ha scosso in queste ore le fondamenta della supply chain globale della tecnologia. Ma ha anche offerto un’esenzione strategica: la maxi-tassa non si applicherà a chi produce, o si è formalmente impegnato a produrre, negli Stati Uniti.

“Per aziende come Apple, che si sono impegnate a costruire negli Stati Uniti, non ci sarà alcuna imposta,” ha spiegato il presidente. Con un avvertimento tutt’altro che sottinteso: chi promette fabbriche americane ma non le realizza, dovrà pagare tutto con gli interessi.

“Sommeremo tutto, si accumulerà, e vi faremo pagare più avanti”, ha aggiunto. Nessuna concessione dunque a chi tenta di giocare con le maglie larghe dell’annuncio.

Il nuovo asse del chip

Le parole di Trump, va detto, non rappresentano un annuncio formale di ulteriori dazi, ma sono bastate a produrre un terremoto tecno-geopolitico.

I dazi scattano infatti oggi, con aliquote tra il 10% e il 50% su decine di categorie merceologiche. E i chip sono al centro di un’indagine per la sicurezza nazionale i cui esiti sono attesi entro metà agosto. L’annuncio, quindi, è da leggersi come una dichiarazione d’intenti.

In Asia, la reazione è stata duplice. Da una parte, la Corea del Sud ha subito chiarito che Samsung e SK Hynix, principali produttori nazionali, non saranno colpiti dalla tariffa del 100%, grazie a un accordo con Washington.

Dall’altra, Paesi come le Filippine e la Malesia, protagonisti nel test e nel packaging dei semiconduttori, hanno lanciato segnali d’allarme. “Il piano di Trump sarebbe devastante per il nostro settore”, ha dichiarato Dan Lachica, presidente dell’associazione dei chip filippina. Il ministro malese del commercio ha invece avvertito che Kuala Lumpur rischia di perdere accesso al mercato USA se i suoi prodotti diventeranno meno competitivi.

Chi sembra destinato a guadagnare da questa stretta è chi ha saputo investire per tempo. In prima fila c’è ancora una volta Taiwan, che da anni prepara piani di delocalizzazione verso gli Stati Uniti.

TSMC, il gigante mondiale del chip su contratto, ha stabilimenti già operativi in Arizona e clienti chiave come Nvidia che non dovrebbero essere penalizzati. Nvidia stessa ha in programma investimenti per centinaia di miliardi sul suolo americano.

La fabbrica come vantaggio competitivo

“Le aziende grandi e con molta liquidità, che possono permettersi di costruire in America, saranno le più avvantaggiate. È la sopravvivenza del più grosso”, ha sintetizzato ai microfoni di Reuters il capo economista di Annex Wealth Management, Brian Jacobsen. Il riferimento non è solo alle Big Tech ma anche a un ecosistema industriale che, grazie al supporto pubblico, ha ripreso slancio.

Nel 2022 il Congresso ha approvato un programma da 52,7 miliardi di dollari per sovvenzionare la produzione e la ricerca nei semiconduttori. E nel corso dell’anno scorso, l’amministrazione Biden ha convinto tutte e cinque le principali aziende di chip avanzati a costruire fabbriche negli USA. Un successo simbolico e strategico, se si pensa che nel 1990 gli Stati Uniti producevano il 40% dei chip mondiali, contro il 12% attuale. Ed è su questo gap che Trump vuole intervenire.

Secondo Martin Chorzempa, economista del Peterson Institute, il piano colpirà soprattutto la Cina. Aziende come SMIC e Huawei difficilmente riceveranno esenzioni, ma va anche detto che i loro chip entrano per lo più negli Stati Uniti già incorporati in dispositivi finiti assemblati in Cina. Se le tariffe non colpissero anche quei componenti, l’impatto reale potrebbe essere limitato.

In Europa, la Commissione ha trovato un accordo con gli Stati Uniti per applicare un’aliquota unica del 15% su auto, farmaci e semiconduttori. Il Giappone ha ottenuto la garanzia di non essere trattato peggio degli altri partner commerciali, almeno sui chip.

Nel frattempo, le Borse hanno reagito premiando chi è già ben posizionato. TSMC è salita del 4,4%, Samsung del 2% e GlobalWafers, azienda taiwanese con uno stabilimento in Texas, ha guadagnato il 10%, grazie anche a una politica aggressiva di riduzione dei costi.

Il messaggio dei mercati è chiaro: non si premia solo chi ha il prodotto migliore, ma chi ha scelto dove farlo.

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