Trump, l’influencer: 2.262 post in 132 giorni su Truth Social

by | 3 Giu 2025 | Politica

Tempo di lettura: 3 minuti

Non è più solo il messaggio a contare: è il mezzo a essere diventato parte integrante del potere. E Donald Trump, nel suo secondo mandato alla Casa Bianca, lo sa benissimo.

Truth Social non è semplicemente un social network di destra. È il megafono personale del presidente degli Stati Uniti, un canale di comunicazione diretto e incontrollato, che mescola propaganda, autocelebrazione, invettive notturne e ironia kitsch.

Il risultato? Un flusso ininterrotto di contenuti pensati per saltare ogni filtro istituzionale o giornalistico e imporsi direttamente nell’ecosistema dell’informazione americana.

I numeri parlano chiaro: in poco più di quattro mesi, Trump ha firmato (direttamente o tramite il suo staff) oltre 2.200 post. Un ritmo che, secondo il Washington Post, triplica la sua attività su Twitter nei primi cento giorni del primo mandato.

Ma a contare non è solo la quantità: è la natura stessa di questi messaggi a rivelare quanto Truth Social sia, per lui, ben più che una piattaforma. È una camera dell’eco perfettamente controllata, dove ogni “truth”, così vengono chiamati i post, viene immediatamente amplificato da influencer MAGA, media alleati e account ufficiali.

Un sistema costruito per il consenso

A differenza di X, dove un messaggio può essere messo in discussione, contrastato, deriso, Truth Social offre a Trump un ambiente protetto, popolato quasi esclusivamente da fan. È lì che può scrivere che Biden è stato sostituito da un clone robotico, o che il Canada starebbe valutando l’annessione agli Stati Uniti in cambio della protezione di un sistema di difesa chiamato “Golden Dome”.

Ed è lì che può definire Bruce Springsteen una “prugna secca del rock” e Taylor Swift “non più HOT” senza preoccuparsi di alcuna backlash.

A gestire questa macchina della comunicazione ci sono fedelissimi di lunga data. Dan Scavino, storico consigliere, cura la parte visual e video. Natalie Harp, assistente personale, gira con una stampante portatile per passargli le ultime notizie su carta.

Trump detta, loro digitano. A volte, però, è lui stesso a scrivere: sveglio all’alba, davanti alla TV accesa, pronto a scagliarsi contro nemici politici, giudici, media, artisti o presunti traditori.

Dal social network all’architettura del potere

Dietro la sua ostentata spontaneità, la strategia è chiara: ogni “truth” non è solo un tweet con un altro nome, ma un elemento di una macchina narrativa che si autoalimenta.

Trump possiede infatti la maggioranza della società che controlla Truth Social (Trump Media), e ne promuove costantemente l’uso anche durante eventi pubblici. Il valore della sua partecipazione azionaria supera i 2 miliardi di dollari, ed è innegabile che il successo della piattaforma sia anche un affare personale.

Ma c’è di più. Truth Social è diventata la sorgente primaria dei contenuti che poi rimbalzano su X, nei podcast conservatori, nelle newsletter, nei reel. È un’infrastruttura editoriale privata che ha preso il posto della sala stampa, e che lavora secondo regole sue.

A sottolinearlo è anche Claire Wardle della Cornell University: “È un ecosistema molto frammentato ma incredibilmente potente. Per chi lo segue, i messaggi vengono visti, ripetuti e amplificati ovunque”.

L’influencer che vuole sentirsi leggendario

Trump non fa mistero della sua visione narcisistica del ruolo: si è definito “il più grande influencer di tutti” e ha paragonato se stesso a un brand mediatico autonomo. E in effetti, lo è. Ma come ogni star dei social, Trump sembra rincorrere un’altra cosa ancora: l’approvazione istantanea, il feedback continuo, il “dopamine hit” che solo una community adorante può garantire.

Come ha spiegato il ricercatore Darren Linvill, “i miliardari potrebbero passare il tempo a fare qualsiasi cosa, ma passano ore a digitare sui social. E lo fanno perché i social sono progettati per tenerci agganciati. Trump ama il feedback positivo più di molti altri”.

Ecco perché Truth Social non è solo un social network: è uno specchio, un microfono, un palco e una trincea. È l’algoritmo che lo rende, ogni giorno, ancora una volta protagonista.

POTREBBE INTERESSARTI

Trump USA Xi Jinping Cina data center

Non volete i data center? Per Trump, fate un favore alla Cina

Bollette, acqua e nuovi impianti alimentano le proteste locali. La destra americana, a braccetto con la Silicon Valley, risponde chiamando in causa Pechino e la...

Per JD Vance l’IA è “satanica”. Ma non rallenta sui data center

Il vicepresidente americano teme che i chatbot possano isolare e manipolare le persone. Ma rifiuta di rallentare la corsa tecnologica statunitense contro la Cina.

ontario

Trump rinomina il Lago Ontario e Google Maps lo segue. Apple e MapQuest, no

Google applica il nuovo nome deciso dal governo federale americano, mentre in Canada mantiene Lake Ontario. Apple e MapQuest hanno scelto di non adeguarsi.

Bill Gates

Bill Gates vuole tassare l’IA e riservare alcuni lavori agli umani

Nel 2023 paragonava l’IA a Internet e al PC. Ora sostiene che aziende e governi stanno accelerando senza aver deciso come affrontarne le conseguenze sociali. E propone...
silvano sansoni chapsvision

ChapsVision sfida Palantir: l’Europa cerca un’alternativa per intelligence e difesa

La società francese vale una frazione del gigante americano ma ha già conquistato l’intelligence francese e tedesca.

shapiro repubblicani data center

USA: i Repubblicani ora fanno campagna contro i data center

Dalla Pennsylvania al Texas, i politici che un anno fa celebravano l’arrivo dei data center ora promettono restrizioni in vista delle midterm. Ma Trump insiste:...
Steve Jobs NeXT computer 1988

La CIA aiutò Steve Jobs a tenere in vita NeXT. E quindi a riportarlo in Apple

Negli anni Ottanta l’intelligence americana acquistò migliaia di computer dalla società di Jobs. La sua tecnologia sarebbe poi diventata la base dei sistemi operativi...
microsoft cina windows

La Cina non vuole più Windows nei suoi apparati statali

Il governo anticipa l’addio persino alla versione di Windows sviluppata appositamente per la Cina. L’ordine arriva a poche settimane dall’incontro...
eric donald jr trump

Trump accusa l’IA cinese, ma la sua società crypto ci fa affari

Quasi metà dei modelli disponibili su WorldClaw arriva da aziende come Alibaba, Baidu e Z.ai, colpite da restrizioni o accuse dell’amministrazione americana.

mamdami amazon

New York sfida Amazon: basta coi corrieri in subappalto

I corrieri guidano furgoni Amazon e indossano divise Amazon, ma lavorano per società terze. Il sindaco Mamdani vuole obbligare il colosso ad assumerli...
Share This