Per la prima volta nella storia dei rapporti tra le due superpotenze tecnologiche, l’intelligenza artificiale siede formalmente al tavolo di un vertice presidenziale USA-Cina. Trump arriva infatti a Pechino per incontrare Xi Jinping con una delegazione che dice già molto sulle ambizioni americane: Jensen Huang di Nvidia, Elon Musk di Tesla e xAI, Tim Cook di Apple, Larry Fink di BlackRock, Kelly Ortberg di Boeing. A loro s’aggiungono una ventina di CEO dei principali gruppi industriali e finanziari americani.
Non è una visita diplomatica nel senso tradizionale, quanto piuttosto una missione commerciale in cui l’IA è uno dei dossier centrali, sebbene non l’unico. Secondo due funzionari americani a conoscenza dei preparativi, Trump intenderebbe mettere l’IA al centro dei colloqui con Xi. L’intenzione c’è ma le aspettative, riferiscono le stesse fonti interpellate da Reuters, restano basse.
La rivalità tecnologica tra i due paesi si è intensificata al punto che alcuni osservatori la paragonano a una corsa agli armamenti in stile Guerra Fredda e, in questo clima, trasformare l’urgenza in accordi è tutt’altro che scontato. A spingere verso il dialogo è stato, almeno in parte, il lancio di Mythos, il modello di Anthropic presentato il 7 aprile scorso. Parliamo di un sistema che ha dimostrato capacità straordinarie nell’individuare vulnerabilità nei software, falle critiche nei principali sistemi operativi e browser, alcune delle quali presenti da decenni senza essere mai state scoperte.
Ciò ha fatto scattare una corsa alle contromisure da parte di banche e governi in tutto il mondo. Ma la Cina è stata esclusa dall’accesso anticipato al modello, col timore dichiarato che la tecnologia di Anthropic potesse essere sfruttata da soggetti ostili per penetrare sistemi informatici e finanziari cinesi. Un’esclusione della quale Pechino ha senz’altro preso nota.
Mythos e il problema del controllo
Mythos ha reso visibile qualcosa che ormai è difficile ignorare: i modelli di IA di frontiera sono strumenti a doppio uso nel senso più letterale del termine. Le stesse capacità che li rendono utili per rafforzare le difese informatiche li rendono potenzialmente devastanti nelle mani sbagliate. I funzionari della Casa Bianca hanno riconosciuto che sistemi come Mythos rendono “essenziale un canale di comunicazione” con la Cina, per evitare che il loro impiego generi incidenti o escalation non intenzionali.
I ricercatori avvertono che la posta si alza su più fronti contemporaneamente: l’IA avanzata potrebbe accelerare la progettazione di agenti biologici, amplificare campagne di disinformazione su scala industriale, innescare shock nei mercati finanziari. Nel caso peggiore, sistemi sufficientemente autonomi potrebbero agire al di fuori del controllo umano. Non è fantascienza, quanto invece il perimetro entro cui si muove oggi la discussione tra i governi.
Nel 2024, Stati Uniti e Cina avevano già concordato che le decisioni sull’uso delle armi nucleari dovessero restare in mano agli esseri umani, non essere delegate all’IA, un precedente che alcuni analisti indicano come modello.
Kwan Yee Ng, responsabile della governance internazionale dell’IA presso la società di consulenza Concordia AI con sede a Pechino, propone l’istituzione di una linea diretta tra i due paesi per segnalare incidenti sospetti riconducibili all’IA, senza attribuzione automatica di responsabilità. “È diventato sempre più difficile convincere le figure occidentali di alto rango a dialogare direttamente con la Cina sull’IA”, osserva Ng. “Un segnale positivo dal vertice Xi-Trump potrebbe cambiare la situazione”. Esiste comunque già una linea militare diretta tra i due paesi ma Washington si è lamentata più volte che Pechino spesso non risponde.
Il meccanismo proposto (e i suoi limiti)
La Cina ha avanzato una proposta concreta: un meccanismo formale di dialogo sull’IA guidato dal Segretario al Tesoro americano Scott Bessent e dal vice ministro delle Finanze cinese Liao Min. Il Wall Street Journal ne aveva anticipato i contorni la settimana scorsa e sarebbe uno spazio in cui le due parti possano parlarsi su un terreno meno carico di tensioni rispetto ai canali diplomatici tradizionali.
Ma i limiti sono evidenti. Né il Tesoro americano né il ministero delle Finanze cinese hanno competenze specifiche in materia di IA. E l’amministrazione Trump ha cominciato solo di recente a sviluppare una posizione strutturata sulla valutazione preventiva dei modelli avanzati.
Altri analisti guardano a un modello diverso: guardrail specifici per i modelli di frontiera e impegni a ridurre le attività offensive abilitate dall’IA, sul modello dell’accordo sulla cybersicurezza siglato dai due paesi nel 2015.
Sun Chenghao della Tsinghua University, che ha partecipato ai colloqui non ufficiali tra esperti dei due paesi sull’IA, sintetizza così l’auspicio di Pechino: “La Cina probabilmente spera che gli Stati Uniti sappiano distinguere in modo adeguato tra governance dell’IA e contenimento tecnologico.”
Chip, furti e la trappola della sfiducia
Mentre i due leader si siedono al tavolo, il Congresso americano spinge per nuove e più severe restrizioni all’accesso cinese alle catene di fornitura dei semiconduttori attraverso il MATCH Act, una proposta che ha già suscitato proteste formali da Pechino e che potrebbe emergere direttamente nelle discussioni del vertice.
La stessa amministrazione Trump si muove in direzione contraddittoria: ha allentato alcune restrizioni sulle esportazioni di chip avanzati verso la Cina, ma Pechino ha risposto bloccando le importazioni alla dogana. Nvidia non ha venduto un solo chip H200 alla Cina nei sei mesi successivi all’autorizzazione americana, il che rende ancora più simbolica la presenza di Jensen Huang nella delegazione.
Le aziende cinesi di IA come DeepSeek rivendicano poi l’autosufficienza dai chip americani ma le restrizioni sulle attrezzature per la produzione continuano a rallentare la capacità cinese di scalare la produzione interna. Molti modelli cinesi hanno dovuto razionare l’accesso agli utenti per carenza di potenza di calcolo.
Nel frattempo, la Casa Bianca ha accusato la Cina di furto sistematico di proprietà intellettuale dai laboratori di IA americani, quello che fonti ufficiali americane hanno definito un furto “su scala industriale”. Sul fronte opposto, la rivista di punta del Partito Comunista ha pubblicato la settimana scorsa un articolo in cui denuncia che le misure occidentali sull’IA si sono ormai trasformate in un “blocco sistematico dell’ecosistema” contro la Cina.
In questo clima, trovare un terreno comune è strutturalmente difficile. Come ben riassume Kwan Yee Ng di Concordia AI, società di consulenza sulla sicurezza dell’IA con sede a Pechino, i due paesi non stanno semplicemente litigando su cosa fare, ma su cosa sia l’IA.
Washington la tratta come una tecnologia a rischio di proliferazione, sul modello del nucleare, qualcosa di così potente da non poter essere condiviso liberamente. Pechino la considera invece una tecnologia universale, come internet o l’elettricità. E vede le restrizioni americane non come misure di sicurezza legittime ma come protezione commerciale travestita da preoccupazione geopolitica.
Finché i due paesi non troveranno un linguaggio comune su cosa sia il problema, difficilmente troveranno un accordo su come risolverlo.
Fonte: Reuters


