L’amministrazione Trump vuole tagliare di almeno 707 milioni di dollari il budget della CISA per il 2027, colpendo ancora una volta la principale agenzia civile americana incaricata di proteggere le reti federali e le infrastrutture critiche dagli attacchi informatici.
Se la proposta dovesse passare, il budget operativo dell’agenzia scenderebbe a circa 2 miliardi di dollari. Il problema è che questo intervento va a colpire non una struttura solida, ma su un ente che da tempo mostra già segni di forte affaticamento.
La CISA ha infatti perso centinaia di dipendenti, non ha ancora un direttore permanente confermato dal Senato e vive una fase di instabilità che avevamo già raccontato nei mesi scorsi parlando della fuga di competenze dall’agenzia sotto Trump.
In questo quadro, il nuovo taglio appare meno come una razionalizzazione e più come un ulteriore svuotamento.
La vecchia accusa della “censura”
La Casa Bianca giustifica la sforbiciata sostenendo di voler riportare la CISA alla sua “missione centrale”, cioè la difesa della rete civile federale e delle infrastrutture critiche, sottraendola a quella che definisce una stagione di “strumentalizzazione” e “sprechi”. Dentro questa formula rientra di nuovo l’accusa, ormai abituale nell’universo trumpiano, secondo cui l’agenzia si sarebbe occupata di censura.
Il riferimento è agli sforzi messi in campo negli anni scorsi per monitorare campagne di disinformazione, soprattutto in ambito elettorale, attività che i repubblicani più vicini a Trump hanno trasformato in una prova di presunta repressione della libertà di parola.
È la stessa narrativa che ha travolto Chris Krebs, primo direttore della CISA, nominato da Trump nel 2018 e poi licenziato nel 2020 dopo aver definito quelle elezioni “le più sicure della storia americana”.
L’agenzia insomma continua a pagare il fatto di non essersi piegata alla versione trumpiana dei fatti. E il contesto del documento in cui compare il taglio rende il quadro ancora più eloquente.
CISA, un copione già visto
Il piano per ridimensionare nasce già l’anno scorso, quando l’amministrazione Trump aveva proposto di tagliare quasi 500 milioni di dollari, pari a circa il 17% del bilancio federale dell’agenzia. Allora il Congresso aveva respinto la parte più dura della proposta, riducendo il colpo a circa 135 milioni dopo la trattativa. Questa volta però la cifra cresce e sale a 707 milioni, segno che la pressione politica sull’agenzia non solo non si è attenuata, ma si è rafforzata.
Il punto non è soltanto contabile. È il ripetersi di una dinamica precisa: la CISA viene trattata come un bersaglio ideologico, non come una struttura tecnica da mettere in condizione di funzionare.
Ogni nuovo bilancio diventa così l’occasione per colpirla ancora, ridurne il perimetro, delegittimarla agli occhi dell’opinione pubblica e rendere più fragile la sua capacità operativa.
Meno difese mentre gli attacchi aumentano
Tutto questo avviene mentre le minacce reali non diminuiscono affatto. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno infatti dovuto fare i conti con una serie di violazioni informatiche rilevanti. Dalla presunta intrusione russa nel sistema di archiviazione dei tribunali federali, agli attacchi cinesi contro dipartimenti del governo federale, fino agli hacker iraniani che hanno diffuso l’email personale del direttore dell’FBI Kash Patel.
È questo il dato che rende la scelta dell’amministrazione ancora più difficile da ignorare. Washington continua a parlare di sicurezza nazionale, di competizione strategica con le potenze rivali e di protezione delle infrastrutture essenziali, ma nel frattempo mette sotto pressione proprio l’agenzia che dovrebbe presidiare quel fronte sul piano civile.
Portare la CISA a un budget di circa 2 miliardi, dopo un anno di tagli, uscite di personale e vuoto di leadership, significa lasciare scoperto uno snodo essenziale della difesa digitale americana. E significa farlo in un momento in cui Russia, Cina e Iran stanno già mostrando, con i fatti, di non avere alcuna intenzione di rallentare.
Fonte: TechCrunch


