Un senatore repubblicano attacca il CEO di Intel per legami con la Cina

da | 6 Ago 2025 | Politica, Tech War

Lip-Bu Tan, ceo di intel
Tempo di lettura: 3 minuti

Il neo-maccartismo americano non risparmia neppure Lip-Bu Tan, il nuovo volto alla guida di Intel. I cui passati legami con la Cina potrebbero rivelarsi un problema per il colosso dei semiconduttori, oggi uno degli asset strategici dell’industria americana.

A sollevare il caso è stato Tom Cotton, del quale avevamo già scritto su queste pagine per via del suo attivismo nel caso del ban di TikTok negli USA. Il senatore repubblicano ha infatti inviato una lettera formale al presidente del consiglio di amministrazione di Intel, Frank Yeary, mettendo in discussione la nomina di Tan alla luce dei suoi legami con la Cina.

Il nodo del programma Secure Enclave

Cotton, figura di spicco del partito repubblicano, ha espresso “preoccupazione per la sicurezza e l’integrità delle operazioni di Intel e il loro possibile impatto sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Al centro dei dubbi c’è il passato di Tan alla guida di Cadence Design Systems, azienda che sviluppa software e strumenti per la progettazione di microchip, con clienti in tutto il mondo, compresa la Cina.

Il senatore ha chiesto se il consiglio di Intel fosse a conoscenza delle citazioni in giudizio ricevute da Cadence mentre Tan era CEO, e se fossero state intraprese verifiche sufficienti prima della sua nomina.

La questione è resa ancora più delicata dal coinvolgimento diretto di Intel nel programma federale Secure Enclave, varato durante l’amministrazione Biden per garantire una filiera sicura e nazionale nella produzione di microelettronica per la difesa.

Intel riceve fondi pubblici per partecipare a questa iniziativa, e ciò richiede un rispetto rigoroso delle normative di sicurezza. È proprio in questo contesto che Cotton ha chiesto conto delle attività pregresse di Tan, incluse eventuali partecipazioni azionarie in aziende cinesi legate al Partito Comunista o all’esercito.

Inoltre, il senatore ha chiesto se Tan abbia effettivamente disinvestito dalle società cinesi in cui risultava coinvolto, direttamente o tramite fondi di venture capital da lui gestiti, come sostenuto da una fonte anonima sentita da Reuters.

Ma investire in Cina non è reato

Va precisato che non è illegale per cittadini statunitensi investire in aziende cinesi, anche se connesse al settore militare, a meno che queste non figurino nella “Chinese Military-Industrial Complex Companies List” redatta dal Dipartimento del Tesoro.

Secondo quanto riportato da Reuters ad aprile, Lip-Bu Tan non risultava coinvolto direttamente in nessuna delle società presenti in quella lista. In un contesto geopolitico sempre più teso tra Stati Uniti e Cina, però, anche i legami legali ma opachi possono diventare un elemento di rischio reputazionale e strategico.

Cotton ha fatto riferimento proprio all’inchiesta di Reuters, che ha ricostruito investimenti per almeno 200 milioni di dollari in centinaia di aziende cinesi operanti nella manifattura avanzata e nei semiconduttori tra il 2012 e il 2024. Secondo la testata, molte di queste realtà sono ritenute vicine all’apparato militare cinese.

Il caso Cadence

A complicare ulteriormente la posizione di Tan c’è, dicevamo sopra, il recente patteggiamento raggiunto da Cadence Design, che ha accettato di pagare oltre 140 milioni di dollari per chiudere una vicenda giudiziaria legata alla vendita di software di progettazione chip a un’università militare cinese, sospettata di collaborare a progetti di simulazione nucleare.

I fatti risalgono agli anni in cui Tan era CEO di Cadence, ruolo ricoperto tra il 2008 e il 2021, per poi restare presidente esecutivo fino al maggio 2023.

Intel, dal canto suo, ha risposto ufficialmente alla lettera con un comunicato: “Intel e il signor Tan sono profondamente impegnati nella sicurezza nazionale degli Stati Uniti e nell’integrità del nostro ruolo nell’ecosistema della difesa”. L’azienda ha fatto sapere che risponderà punto per punto al senatore Cotton.

Il caso resta aperto ma solleva una questione più ampia: può una delle aziende più strategiche dell’industria americana essere guidata da un manager con una lunga storia di rapporti economici in Cina, proprio mentre la competizione geopolitica tra Washington e Pechino si gioca anche sulla supremazia tecnologica?

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