Dopo mesi di schermaglie, ricorsi e tensioni diplomatiche che hanno messo in discussione la presenza di TikTok sul mercato americano, a quanto pare la trattativa tra le due superpotenze ha finalmente trovato uno sbocco politico. Anche se resta ancora molto da chiarire sui dettagli commerciali.
Il contesto in cui è maturata l’intesa è tutt’altro che sereno. Nelle stesse ore in cui si è parlato di TikTok, Washington e Pechino si sono scambiati accuse e contromisure sul fronte dei semiconduttori. Da un lato, come scrivevamo stamattina, gli Stati Uniti hanno ampliato la propria blacklist commerciale inserendo decine di entità cinesi, tra cui aziende direttamente legate alla filiera dei chip come SMIC. Dall’altro, la Cina ha reagito aprendo due indagini ufficiali contro gli Stati Uniti, accusandoli di dumping e discriminazione commerciale.
Inquadrato così il contesto politico, il cuore dell’accordo di cui ci apprestiamo a scrivere in questa news riguarda la proprietà di TikTok. Secondo quanto dichiarato dal segretario al Tesoro Scott Bessent, ByteDance, la società madre cinese, ha accettato di trasferire la quota di controllo a investitori statunitensi. Si tratta di un punto che Washington aveva posto come condizione imprescindibile per garantire la permanenza di TikTok sul mercato americano.
I termini commerciali sono stati definiti ma restano riservati: “Non parleremo dei termini commerciali dell’accordo. È una questione tra due soggetti privati, ma i termini sono stati concordati”, ha spiegato Bessent. La conferma finale arriverà da una telefonata già programmata tra il presidente Trump e Xi Jinping. “Venerdì parlerò con il presidente Xi. Il rapporto resta molto forte!!!”, ha scritto Trump su Truth Social, sottolineando la volontà politica di trasformare l’intesa in un tassello di diplomazia bilaterale.
TikTok e l’ombra dell’algoritmo
Il negoziato lo si giocando sul filo delle scadenze. Mercoledì è infatti fissato il termine ultimo per chiudere l’accordo, una deadline già prorogata più volte.
Gli Stati Uniti, per voce del rappresentante commerciale Jamieson Greer, hanno fatto capire che non intendono trasformare la trattativa in una serie infinita di rinvii. “Non intendiamo entrare nel gioco delle proroghe ripetute. Abbiamo un accordo”, ha detto Greer, pur lasciando intendere che una breve estensione tecnica potrebbe servire a definire i dettagli operativi.
Resta però un nodo centrale: l’algoritmo di raccomandazione di TikTok. È questa tecnologia che ha reso la piattaforma tanto popolare e che Pechino considera un asset strategico. Da anni è infatti inserita nella lista delle tecnologie soggette a restrizioni all’export, e fino a poco tempo fa il governo cinese aveva mostrato scarsa disponibilità a fare concessioni.
L’intreccio tra diplomazia e tecnologia
Se l’accordo verrà confermato, TikTok resterà operativa negli Stati Uniti con una nuova struttura proprietaria, e Trump potrà presentare l’intesa come una vittoria politica. Xi, dal canto suo, potrà rivendicare di aver difeso gli interessi strategici cinesi pur mantenendo aperto il canale di dialogo con Washington.
Le dichiarazioni ufficiali parlano di colloqui “rispettosi, ampi e approfonditi”. Ma dietro la facciata diplomatica resta evidente la natura ibrida di questo negoziato: un intreccio di geopolitica, interessi industriali e calcoli interni.
TikTok è stato il simbolo di un braccio di ferro che ha visto Pechino oscillare tra rigidità e pragmatismo, mentre Washington ha usato la leva della sicurezza nazionale per imporre i propri termini. Il fatto che oggi se ne discuta come parte dell’accordo è la dimostrazione della nuova flessibilità di Pechino.
Questa disponibilità non è però il segnale di un cedimento improvviso ma il risultato di un calcolo politico mirato. Xi Jinping punta infatti a ottenere a tutti i costi un incontro bilaterale con Donald Trump, che rappresenterebbe un riconoscimento internazionale cruciale per la leadership cinese.
Proprio per questo, ha aperto a un compromesso su TikTok, pur di mantenere viva la prospettiva del vertice. Per controbilanciare questa apertura e non sembrare debole davanti all’opinione pubblica interna, le autorità cinesi hanno lanciato un’azione regolatoria contro Nvidia, accusandola di presunte violazioni antitrust legate a un’acquisizione del 2020. Ma di questo parliamo più approfonditamente qui.


