Dieci miliardi di dollari. È la cifra che l’amministrazione Trump riceverà dagli investitori che hanno rilevato le attività statunitensi di TikTok, come compenso per aver facilitato l’accordo che ha mantenuto in vita l’app negli Stati Uniti.
Non un investimento pubblico, non una tassa: una commissione di intermediazione. Versata da soggetti privati al Dipartimento del Tesoro americano.
Per capire quanto la situazione sia anomala, basta un confronto. Nelle normali operazioni di mercato, le banche d’affari che assistono fusioni e acquisizioni ricevono commissioni inferiori all’1% del valore della transazione, percentuale che si riduce ulteriormente al crescere della cifra in gioco.
Bank of America, per aver assistito la vendita di Norfolk Southern a Union Pacific in un’operazione da 71,5 miliardi di dollari, incasserà circa 130 milioni, una delle commissioni più alte mai registrate per una singola banca.
Qui parliamo di 10 miliardi a fronte di un’entità che il vicepresidente JD Vance ha valutato circa 14 miliardi. Una sproporzione che, da sola, riscrive le regole del gioco.
Trump stesso non ha mai nascosto la logica: “Gli Stati Uniti stanno ottenendo una commissione enorme, la chiamo una commissione-plus, solo per aver fatto l’accordo, e non voglio buttare tutto dalla finestra.”
Chi paga e come funziona
A versare i 10 miliardi sono gli investitori che hanno ottenuto il controllo delle operazioni americane di TikTok dalla casa madre cinese ByteDance. Tra i nomi principali: Oracle, la società di private equity Silver Lake e il fondo emiratino MGX, legato ad Abu Dhabi.
Un primo versamento di circa 2,5 miliardi è stato effettuato alla chiusura dell’accordo, a gennaio. Il resto arriverà attraverso pagamenti successivi.
La presenza di MGX aggiunge una dimensione geopolitica che va oltre il confronto tra Washington e Pechino. Capitale del Golfo, interessi americani, tecnologia cinese: l’operazione TikTok è un crocevia di potenze. Ma il punto più delicato sta altrove.
ByteDance infatti mantiene quasi il 20% della nuova entità e ha concesso in licenza il proprio algoritmo alla società americana, affinché venga addestrato sugli utenti statunitensi. La sicurezza nazionale, ossia il motivo ufficiale dell’intera operazione, resta nei fatti una questione irrisolta.
Secondo alcuni analisti, la valutazione di 14 miliardi dichiarata da Vance sottostima drasticamente il reale valore di TikTok negli Stati Uniti. Il che rende la commissione governativa ancora più sproporzionata rispetto all’operazione stessa.
Dalla legge alla leva negoziale
A portare alla situazione attuale è stata una legge bipartisan approvata nel 2024, che imponeva a ByteDance di cedere il controllo di TikTok USA o affrontare il divieto dell’app nel paese. Molti legislatori, fin dal primo mandato Trump, temevano i rischi legati a una società cinese in possesso dei dati personali di milioni di americani.
Trump ha trasformato quell’obbligo normativo in uno strumento di negoziazione. Anziché limitarsi a far rispettare la legge, ha orchestrato un accordo in cui il governo non è regolatore, ma parte in causa. Con un tornaconto economico diretto.
L’amministrazione giustifica la commissione con il ruolo svolto nel salvare TikTok e nel condurre le trattative con Pechino. Ma la distanza tra la tutela della sicurezza nazionale e l’incasso miliardario racconta una storia diversa.
Il governo come azionista: un modello che si ripete
L’accordo TikTok non è un caso isolato. È l’ultimo tassello di un pattern in cui l’amministrazione Trump usa il potere regolatorio e geopolitico come leva per ottenere partecipazioni e compensi diretti dalle grandi aziende.
Trump ha acquisito una quota di quasi il 10% in Intel. Ha concordato di ottenere una percentuale sulle vendite di chip alla Cina da parte di Nvidia, in cambio di licenze di esportazione. E ha ottenuto voce in capitolo nelle operazioni di U.S. Steel attraverso una “golden share” nell’ambito dell’acquisizione da parte della giapponese Nippon Steel.
È un modello che ricorda più la logica di un fondo sovrano che quella del libero mercato americano. Il confine tra regolatore e operatore economico si assottiglia. E le implicazioni, per le aziende che devono relazionarsi con Washington, sono profonde. Perché chi controlla le leve normative e geopolitiche può trasformarle in strumenti di profitto.
La domanda è se questo approccio rappresenti un’eccezione legata a una stagione politica, o un precedente destinato a restare.
Fonte: Wall Street Journal


