La corsa delle aziende tech verso il Texas prosegue senza sosta.
Dopo Tesla, Meta e Hewlett Packard, ora è Apple a puntare sullo Stato, con un nuovo impianto da oltre 23mila metri quadrati a Houston, destinato alla produzione di server per sistemi di intelligenza artificiale.
Un investimento che rafforza il trend di aziende californiane in fuga verso un ambiente più favorevole al business. “A contare è il costo di fare impresa, e in Texas è semplicemente più basso”, spiega John Diamond, economista della Rice University interpellato dal Wall Street Journal.
Lo dimostrano i numeri: negli ultimi dieci anni, i posti di lavoro nel settore high-tech texano sono cresciuti a un ritmo annuo del 4,7%, più del doppio rispetto alla crescita dell’occupazione complessiva nello Stato (+2,1%).
Il Texas e la nuova geografia dell’hi-tech
Austin si è già affermata come polo tecnologico di prim’ordine: qui Apple ha il suo secondo hub più grande al mondo, dopo la sede centrale di Cupertino. Samsung sta espandendo la sua presenza nel settore dei semiconduttori e Meta ha spostato parte dei suoi team di policy e moderazione dei contenuti dalla California al Texas.
Anche aziende come Tesla, Realtor.com e Hewlett Packard hanno trasferito qui i loro quartier generali.
Il risultato è che secondo Joseph Brusuelas, capo economista della società di consulenza RSM, che vive nella capitale texana, cenare nel centro di Austin “è come essere nella Silicon Valley del 2005”.
Il fenomeno è spinto da fattori economici ma anche culturali. Il Texas sta attirando un ecosistema sempre più vicino alla “tech-bro culture” incarnata da Elon Musk, che ha persino fondato una cittadina per i suoi dipendenti, Snailbrook, vicino ad Austin.
SpaceX ha acquistato abitazioni nel villaggio di Boca Chica, nel sud dello Stato, per consolidare la sua presenza nell’area.
Nel frattempo, startup più piccole seguono la scia dei giganti. Graze Robotics, specializzata in attrezzature robotiche per la manutenzione del verde, ha spostato il suo quartier generale da Los Angeles a Plano, attratta da incentivi per la ricerca e sviluppo, rimborsi fiscali e un costo della manodopera inferiore.
“Rispetto alla California, reclutare e trattenere talenti qui costa circa il 30% in meno”, afferma il CEO Logan Fahey Franz.
Ostacoli all’orizzonte: tariffe, manodopera e politica
Nonostante il boom, il Texas deve affrontare alcune difficoltà. La crescita dell’occupazione tech sta rallentando e i data center per l’intelligenza artificiale, pur proliferando, generano pochi posti di lavoro una volta completati.
A preoccupare il settore c’è anche l’incertezza politica. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca potrebbe portare nuove tariffe sulle importazioni, un problema per il Texas, che funge da snodo commerciale con il Messico.
Le severe leggi sull’aborto in Texas costituiscono un ulteriore elemento di incertezza per alcune aziende che stanno valutando il trasferimento nello Stato. Ciononostante, il Texas rimane una delle destinazioni più ambite per le aziende in cerca di espansione.
Il governo locale sta anche sperimentando nuovi strumenti per attrarre investimenti, come un tribunale specializzato per le controversie commerciali, pensato per competere con il dominio storico del Delaware.
Meta sta valutando di spostare la sua sede legale proprio dal Delaware al Texas, un’eventualità che segnerebbe un ulteriore punto a favore dello Stato nella sua corsa per diventare il nuovo epicentro dell’industria tecnologica americana.


