Terre rare, la belga Solvay rinforza la filiera…. americana

by | 14 Nov 2025 | Tecnologia, Tech War

Tempo di lettura: 3 minuti

L’industria delle terre rare è diventata uno dei campi di battaglia più delicati nella competizione tecnologica globale. Si parla di materiali che permettono di costruire magneti resistenti al calore, indispensabili per turbine eoliche, motori elettrici, infrastrutture energetiche avanzate e armamenti ad alta precisione.

L’Occidente li considera ormai parte integrante della propria sicurezza industriale, e lo sforzo per sottrarsi alla dipendenza dalla Cina è diventato un’urgenza politica prima ancora che economica.

Fatte queste premesse, l’annuncio di Solvay che ci troviamo a commentare oggi assume un peso particolare. L’azienda belga, che gestisce lo stabilimento europeo più importante nella raffinazione delle terre rare, ha infatti siglato due nuovi accordi con partner statunitensi per rafforzare la supply chain americana.

Il primo prevede la fornitura di terre rare trattate nel sito di La Rochelle alla texana Noveon Magnetics; il secondo, con la britannica Less Common Metals, mira invece a garantire un flusso più stabile di materiale per l’industria USA.

Non si tratta solo di accordi industriali: è il segno di un mondo che cambia e che si sta riconfigurando rapidamente attorno alla necessità di rendere più resilienti le filiere tecnologiche.

Terre rare: perché dipendiamo dalla Cina

Per capire la portata del problema bisogna tornare indietro di decenni. Europa e Stati Uniti avevano una loro industria delle terre rare, ma l’elevato impatto ambientale dell’estrazione e della raffinazione ha spinto entrambe le regioni a delocalizzare sempre più attività produttive in Cina.

Nel giro di pochi anni Pechino ha preso il controllo dell’intera filiera, sviluppando una capacità industriale inarrivabile e accettando livelli di inquinamento che l’Occidente non era disposto a tollerare.

Oggi l’Unione Europea importa dalla Cina circa il 98 per cento delle proprie terre rare, contro l’80 per cento degli Stati Uniti. È una dipendenza che genera vulnerabilità industriale e geopolitica, e che si è fatta ancora più evidente quando la Cina ha limitato l’export di questi materiali in risposta ai dazi del presidente Trump e alle tensioni commerciali globali.

Pechino ha poi attenuato la sospensione imposta all’inizio dell’anno, soprattutto per ragioni tattiche. Ossia per evitare di spingere Europa e Stati Uniti ad accelerare la costruzione di filiere alternative e mantenere così una forma di controllo sul mercato mondiale.

Il quadro delle restrizioni resta comunque rigido e continua a mettere sotto pressione le catene di approvvigionamento occidentali, che nel frattempo hanno scoperto quanto sia difficile ricostruire una filiera nazionale dopo averla abbandonata per così tanto tempo.

La corsa americana e il ritardo europeo

Solvay, riciclando anche batterie e magneti per recuperare residui di terre rare, è uno dei pochi attori occidentali con capacità industriali degne di nota. E quando decide di rafforzare la supply chain statunitense, invia un segnale chiaro: Washington si sta muovendo più velocemente di Bruxelles.

Lo ha spiegato con franchezza al New York Times Philippe Kehren, amministratore delegato dell’azienda: “Sembra che le cose si stiano muovendo un po’ più velocemente negli Stati Uniti”.

Il motivo è semplice. Investire nelle terre rare è estremamente costoso e rischioso. La Cina, con la sua produzione a basso costo, tiene artificialmente bassi i prezzi globali. Se un’azienda americana o europea investe miliardi in nuovi impianti, rischia di non riuscire a competere.

Negli Stati Uniti, però, il governo ha adottato un modello che riduce drasticamente l’incertezza, garantendo una redditività minima e compensando la differenza tra il prezzo globale (condizionato dai prezzi cinesi) e quello reale necessario per sostenere un’industria non cinese.

In Europa, invece, un meccanismo simile non esiste. Il Critical Raw Materials Act rappresenta un primo passo verso una strategia comune, ma non offre ancora quegli strumenti economici che permetterebbero alle aziende di investire senza esporsi a rischi enormi.

Kehren lo dice apertamente: “Per avere un vero modello di business, bisogna avere clienti che garantiscano un certo livello di volume e un certo livello di prezzo. Oggi, in Europa, questo ancora non c’è”.

Perché gli accordi di Solvay contano

Gli accordi con gli Stati Uniti hanno quindi anche un valore simbolico, perché mostrano un’asimmetria che rischia di diventare strutturale: Washington incentiva, Bruxelles discute.

Non che la cosa ormai ci sorprenda, ma resta il fatto che il risultato è che le aziende europee trovano più conveniente sostenere la ricostruzione della filiera americana piuttosto che quella europea.

Ed è qui che la questione tocca anche la politica industriale dell’Unione: senza un sistema di garanzie comparabile a quello statunitense, il rischio è vedere l’ecosistema delle terre rare ricostruirsi sì in Occidente, ma al di là dell’Atlantico.

Per un continente che punta alla sovranità industriale e alla transizione energetica, si tratta di un paradosso difficile da ignorare: le batterie, i pannelli solari, le turbine eoliche e i motori elettrici richiedono infatti materiali di cui l’Europa non controlla la filiera.

La domanda, dunque, non è più se possiamo recuperare terreno, ma quanto tempo ancora possiamo permetterci di perdere.

Fonte: The New York Times

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