A distanza di due anni dal clamoroso licenziamento e successivo reintegro di Sam Altman, la storia di OpenAI si arricchisce di un nuovo capitolo grazie a Ilya Sutskever. E, come spesso accade quando si parla di tecnologia, c’è lo zampino di Elon Musk.
È infatti nell’ambito della causa intentata dal fondatore di Tesla e SpaceX contro OpenAI, che sono emerse le testimonianze più scottanti sul “colpo di stato” del novembre 2023, quando Altman era stato cacciato dal consiglio di amministrazione per mancanza di trasparenza.
A riaccendere la miccia è stato Ilya Sutskever, cofondatore di OpenAI e oggi CEO della rivale Safe Superintelligence (SSI), interrogato dagli avvocati di Musk.
Nella sua deposizione, Sutskever ha raccontato un’azienda attraversata da lotte di potere, manipolazioni e diffidenze. Secondo la sua testimonianza, Altman avrebbe più volte “messo i dirigenti l’uno contro l’altro”, fornendo versioni diverse dei propri piani a seconda dell’interlocutore.
La frattura tra i fondatori
Il rapporto tra Sutskever e Altman, un tempo di stretta collaborazione, si era già incrinato ben prima del 2023. Già da mesi, Sutskever aveva raccolto prove e testimonianze interne, trasformandole in un memorandum di 52 pagine consegnato al consiglio d’amministrazione.
Nel documento, Altman veniva accusato di “un modello costante di menzogne” e di comportamenti divisivi nei confronti dei vertici. A questo si erano aggiunte le lamentele di Mira Murati, allora CTO di OpenAI, secondo cui Altman avrebbe alimentato la rivalità tra lei e Daniela Amodei, che insieme a Dario avrebbe poi abbandonato OpenAI per fondare Anthropic.
Lo stesso Sutskever ha confermato di aver assistito a episodi simili, con Altman pronto a cambiare versione dei fatti a seconda dell’interlocutore per mantenere il controllo e neutralizzare i potenziali oppositori.
Sutskever racconta il tentativo di Anthropic
Nella deposizione, Sutskever ha rivelato anche un dettaglio finora sconosciuto: dopo la cacciata di Altman, Anthropic avrebbe proposto una fusione con OpenAI, arrivando perfino a discutere di una possibile sostituzione della leadership.
Le trattative non sono mai andate avanti ma bastano a descrivere il livello di frammentazione di un’azienda che, in pochi anni, è passata dall’essere simbolo di una visione etica dell’intelligenza artificiale al teatro di una guerra interna tra fondatori.
Lo stesso Sutskever, rimasto formalmente in azienda per qualche mese dopo il ritorno di Altman, l’ha poi lasciata per fondare la sua startup, seguita a ruota da Murati e da altri dirigenti.
Oggi, il suo racconto riporta alla luce le crepe che Musk aveva denunciato fin dall’inizio: la perdita della missione originaria di OpenAI, nata come organizzazione no-profit, e la sua trasformazione in una potenza commerciale in mano a pochi.
Musk, il burattinaio invisibile
C’è un punto che non può passare inosservato: tutto ciò che abbiamo riportato in questa news è emerso grazie a Musk. Volutamente? Forse. Ma conoscendo il suo modo di muoversi, è improbabile che questa sia una conseguenza imprevista.
Musk agisce quasi sempre con una strategia mediatica parallela e il suo stile, anche nelle dispute legali, tende sempre a massimizzare l’impatto pubblico. È quindi è plausibile sospettare che sapesse perfettamente che, chiamando a deporre Sutskever, avrebbe scoperchiato il vaso di Pandora.
Col che viene il sospetto che la causa contro OpenAI non serva solo a contestare il passaggio da organizzazione no-profit a società commerciale, ma anche a minare la credibilità di Altman agli occhi dell’opinione pubblica, degli investitori e dei regolatori.
E quale modo migliore se non far emergere, tramite vie legali e sotto giuramento, le accuse di chi lo aveva già accusato dall’interno e contribuito alla sua cacciata?
Fonte: The Verge


