Per capire la portata delle ultime mosse statunitensi, bisogna partire da SMIC, acronimo di Semiconductor Manufacturing International Corporation. Si tratta del principale produttore di chip della Cina e di una delle realtà più rilevanti a livello mondiale nel settore dei semiconduttori.
Nata nei primi anni Duemila e con quartier generale a Shanghai, SMIC è diventata il simbolo delle ambizioni tecnologiche della Cina, un attore capace di trainare lo sviluppo dei chip avanzati nonostante il peso delle restrizioni occidentali.
La sua importanza va ben oltre il mercato interno. Se da un lato non ha ancora raggiunto la capacità produttiva di colossi come TSMC a Taiwan o Samsung in Corea del Sud, SMIC è comunque l’unica azienda con il potenziale di ridurre la dipendenza cinese dalle importazioni di semiconduttori.
Un obiettivo che a Pechino è considerato strategico per alimentare settori ad alta tecnologia come l’intelligenza artificiale, il calcolo avanzato e l’industria della difesa.
Le nuove sanzioni americane
Proprio per questo, gli Stati Uniti l’hanno presa di mira. Col risultato che lo scorso venerdì il Dipartimento del Commercio americano ha annunciato l’inserimento di 32 nuove entità nella propria lista nera commerciale (Entity List). Di queste, ben 23 sono società cinesi.
Tra le più rilevanti figurano GMC Semiconductor Technology (Wuxi) Co e Jicun Semiconductor Technology, accusate di aver acquistato apparecchiature statunitensi destinate a SMIC e, in particolare, alle sue controllate di Pechino. Washington ha voluto così colpire anche i fornitori intermedi, nell’ottica di soffocare ogni canale indiretto di approvvigionamento.
Non solo: nella nuova tornata di restrizioni è stata inclusa anche Shanghai Fudan Microelectronics Technology, attiva nella produzione di chip per il calcolo ad alte prestazioni.
Secondo il Dipartimento del Commercio, l’azienda avrebbe sostenuto la modernizzazione militare cinese, contribuendo ai settori del calcolo avanzato e della distribuzione integrata, oltre a fornire tecnologia a utilizzatori militari russi. Un’accusa pesante, che ha portato a ulteriori limitazioni nei suoi confronti.
La stretta comunque non riguarda soltanto la Cina. L’avviso ufficiale ha infatti segnalato che entità con sede anche in India, Iran, Turchia ed Emirati Arabi Uniti sono finite nella lista nera americana, un segnale che la battaglia sui semiconduttori sta assumendo una portata sempre più globale.
La controffensiva di Pechino
La risposta cinese non si è fatta attendere. Alla vigilia dei nuovi colloqui commerciali con Washington, in programma da ieri fino al prossimo 17 settembre a Madrid, il Ministero del Commercio di Pechino ha annunciato l’avvio di due indagini contro gli Stati Uniti: una per discriminazione commerciale e l’altra per dumping.
In una nota, il governo cinese ha accusato Washington di aver imposto negli ultimi anni “una serie di restrizioni” volte a discriminare la Cina nel settore dei semiconduttori, parlando apertamente di pratiche “protezionistiche” concepite per frenare lo sviluppo di industrie ad alta tecnologia come i chip e l’intelligenza artificiale.
Il tono è stato durissimo: “Qual è l’intenzione degli Stati Uniti nell’imporre sanzioni alle aziende cinesi in questo momento?”, si legge nel comunicato. E ancora: “La Cina esorta gli Stati Uniti a correggere immediatamente le proprie pratiche errate e a cessare l’ingiustificata repressione delle imprese cinesi. La Cina adotterà le misure necessarie per salvaguardare con fermezza i legittimi diritti e interessi delle proprie aziende”.
Cina-USA: colloqui ad alta tensione
I negoziati di Madrid arrivano dunque in un clima di crescente diffidenza reciproca. Le delegazioni guidate dal vicepremier cinese He Lifeng e dai funzionari americani discuteranno di dazi, dei controlli alle esportazioni e del caso TikTok, la piattaforma di ByteDance che rischia il divieto negli Stati Uniti se non verrà ceduta a realtà americane.
Nonostante la tensione, gli incontri bilaterali degli ultimi mesi avevano consentito di mantenere in piedi una fragile tregua commerciale, con la sospensione di alcuni dazi e il ripristino delle forniture di terre rare cinesi agli Stati Uniti. A fine luglio, a Stoccolma, le due parti avevano concordato di prorogare per altri 90 giorni la sospensione delle tariffe punitive, estensione poi approvata dal presidente Donald Trump fino al 10 novembre.
La nuova escalation mette però in dubbio la possibilità di un ulteriore disgelo. La Cina, da un lato, rivendica la propria autonomia tecnologica e difende la legittimità delle sue aziende; gli Stati Uniti, dall’altro, temono che SMIC e gli altri attori della filiera possano alimentare lo sviluppo di tecnologie a uso militare che sfuggano al controllo occidentale.
Il risultato è un equilibrio sempre più instabile, con la filiera dei semiconduttori trasformata in terreno di scontro geopolitico. E i colloqui di Madrid rischiano di diventare l’ennesimo teatro di una partita che, al di là della diplomazia, continua a giocarsi sul piano industriale e tecnologico.


