Silicon Valley: i Big della tecnologia scontenti di Joe Biden

da | 24 Mag 2024 | Tech

Il venture capital è una forma di finanziamento in cui gli investitori forniscono capitale alle start-up e alle piccole imprese con alto potenziale di crescita. Questi investitori, chiamati venture capitalist, accettano il rischio elevato associato a queste imprese in cambio di una partecipazione azionaria.

L’obiettivo è ottenere rendimenti importanti una volta che l’azienda cresce e diventa redditizia, spesso attraverso un’acquisizione o un’offerta pubblica iniziale (IPO).

Il motivo per cui iniziamo l’articolo in questo modo è che in un periodo elettorale cruciale per le sorti degli Stati Uniti e, a ricaduta, per il resto del mondo, alcuni dei più influenti venture capitalist della Silicon Valley stanno manifestando un crescente dissenso nei confronti di Joe Biden.

A dirlo non siamo noi ma il New York Times, che nell’articolo di Erin Griffith riporta come Marc Andreessen, Chamath Palihapitiya e diversi altri investitori nel settore tecnologico stanno criticando apertamente l’attuale amministrazione. Un cambiamento non da poco in un settore, quello Tech, tradizionalmente considerato una roccaforte liberale.

David Sacks, noto investitore di venture capital e conduttore di podcast, aveva dichiarato nel 2021 che il comportamento dell’ex presidente Donald Trump riguardo ai disordini del 6 gennaio al Campidoglio degli Stati Uniti lo aveva squalificato come futuro candidato politico. Recentemente però ha cambiato idea, affermando durante una conferenza che ora ha “disaccordi maggiori con Biden che con Trump“.

Un tale supporto pubblico per Trump era un tempo tabù nella Silicon Valley ma la frustrazione verso Biden, i Democratici e lo stato attuale della politica internazionale ha spinto alcuni dei più importanti investitori del settore tecnologico verso destra. Palihapitiya, ad esempio, che in passato ha sostenuto i Democratici, co-organizzerà la raccolta fondi per Trump insieme a Sacks.

Altri, come Marc Andreessen (fondatore di Andreessen Horowitz, una delle principali società di venture capital della Silicon Valley), e Shaun Maguire di Sequoia Capital, hanno criticato Joe Biden senza però esprimere supporto per Trump. Keith Rabois di Khosla Ventures è invece uscito allo scoperto, affermando di augurarsi l’elezione di un Congresso e di un Senato repubblicani.

Questo dissenso verso la gestione politica di Joe Biden non si traduce necessariamente in un supporto formale in o donazioni personali per la campagna di Trump. Molti nella Silicon Valley rimangono fedeli ai Democratici, inclusi investitori di rilievo come Reid Hoffman e Vinod Khosla. Peter Thiel, che in passato ha sostenuto Trump, ha dichiarato di essere disilluso dalla politica e di voler restare fuori dalla corsa del 2024.

Tuttavia, gli investitori tecnologici che stanno virando a destra sono influenti e stanno diventando sempre più coinvolti politicamente. Un dato questo da non sottovalutare sia perché il settore delle start-up è aumentato di otto volte tra il 2012 e il 2022, arrivando a valere 344 miliardi di dollari; e anche perché una parte di questi soldi è munificamente girata nelle casse dei partiti politici in attività di lobbying.

Delian Asparouhov di Founders Fund ha recentemente notato quanto siano cambiati i venti politici. Questo mese, ad esempio, Trump ha fatto un’apparizione virtuale a una conferenza di venture capital a Washington, ringraziando i partecipanti per “mantenere alto il morale” e dicendo di non vedere l’ora di incontrarli. “Quattro anni fa dovevi chiedere scusa se avevi votato per lui”, avrebbe commentato Asparouhov sui social.

Ma a cosa si deve questo crescente dissenso? Le motivazioni, come spesso accade, sono molteplici. E non necessariamente nobili.

Cominciamo dalle parole di Bradley Tusk, investitore di venture capital e stratega politico che sostiene Joe Biden, che spiega come il risentimento nei confronti dei Democratici sia aumentato durante la pandemia, quando i leader del settore si sono sentiti demonizzati per il loro successo economico. “Se continui a dire a qualcuno che è malvagio, alla fine non gli piacerai”, ha detto Tusk.

I venture capitalist sono poi frustrati dalle politiche del presidente, inclusa la nomina di Lina Khan a capo della Federal Trade Commission, che ha bloccato diverse acquisizioni; e di Gary Gensler alla Securities and Exchange Commission, ostile alle criptovalute. Inoltre, la proposta di Joe Biden di marzo di aumentare le tasse, inclusa un’imposta del 25% sui miliardari, ha ulteriormente alienato alcuni leader tecnologici.

Non che i Repubblicani siano visti come la panacea ai mali della Silicon Valley. Il mondo della tecnologia, il venture capital e la Silicon Valley, stanno guardando allo stato attuale delle cose e non sono soddisfatti di nessuna delle due opzioni. “Non si può più contare sui Democratici per supportare le questioni tecnologiche e non si può più contare sui Repubblicani per supportare le questioni aziendali”, afferma Franklin della National Venture Capital Association.

Le intelligenze artificiali sono un altro dei temi caldi sul tavolo. A novembre un gruppo di investitori di rilievo ha firmato una lettera aperta a Joe Biden criticando un ordine esecutivo volto a creare salvaguardie per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, accusandolo di soffocare l’innovazione. Alcuni venture capital starebbero poi prendendo contatto coi legislatori di Washington, chiedendo maggiori spese governative per supportare lo sviluppo tecnologico negli Stati Uniti e facendo pressione contro le regolamentazioni sull’IA.

Il che non può che riportare alla mente gli articoli che abbiamo appena scritto su Ilya Sutskever e lo smantellamento del Superalignment team da parte di Sam Altman.

Il dissenso del mondo della tecnologia nei confronti di Joe Biden potrebbe poi acuirsi in virtù delle aggressive politiche volute dalla sua amministrazione contro la Cina. Politiche volte a rallentarne quanto più possibile lo sviluppo tecnologico ed economico, che non solo non stanno dando i frutti sperati (si veda il caso di Huawei), ma che si stanno traducendo in (prevedibili?) ritorsioni del governo cinese verso le aziende americane. Per non parlare poi di chi, come Nvidia, sta vedendo il suo business seriamente compromesso per il divieto di vendere hardware top di gamma in Cina.

Ciò si traduce in ammanchi in bilancio per miliardi di dollari, un problema per tutti, soprattutto per chi di professione investe centinaia di milioni di dollari.

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