Alla fine di agosto 2017, Greg Brockman e Ilya Sutskever attendevano Elon Musk in una sala riunioni di OpenAI. Sutskever aveva commissionato un dipinto di una Tesla da consegnargli come gesto di pace. Musk, dal canto suo, aveva appena regalato a ciascuno dei cofondatori una Model 3.
L’incontro doveva servire a sciogliere la questione del controllo dell’azienda, allora ancora un piccolo laboratorio non profit. La conversazione però prese subito un’altra direzione: quando Brockman e Sutskever gli comunicarono che non gli avrebbero ceduto il controllo del laboratorio, Musk rimase in silenzio per diversi minuti.
Poi disse soltanto “I decline”. Si alzò, marciò intorno al tavolo, afferrò il dipinto e si avviò verso l’uscita. Sulla soglia si voltò: “Quando lascerete OpenAI?”.
La scena, ricostruita questa settimana in tribunale dalla testimonianza di Brockman, è uno dei tasselli che il processo Musk contro Altman sta riportando a galla. E che, due anni dopo le prime e-mail rese pubbliche da OpenAI, conferma sotto giuramento la versione che già allora emergeva: la rottura del 2017-2018 riguardava il controllo di Tesla, non la sua missione no-profit.
Nove scenari per inglobare OpenAI in Tesla
Tra fine 2017 e inizio 2018, Musk non si limitò a chiedere il controllo: preparò l’alternativa. Il piano era portare Altman, Brockman e Sutskever, ossia l’intero nucleo fondativo di OpenAI, dentro Tesla, in un nuovo laboratorio interno alla casa automobilistica.
A mediare tra Musk e i cofondatori c’era Shivon Zilis, allora consulente di OpenAI, oggi dirigente di Neuralink e, come ha confermato lei stessa in aula, madre di quattro figli avuti da Musk e sua compagna. È lei ad abbozzare per Musk nove possibili scenari per arrivare all’AGI.
La maggior parte di essi ruota attorno a Tesla. Un’opzione è far diventare OpenAI una controllata pubblica di Tesla. Un’altra è ingaggiare Altman come “perno” della nuova TeslaAI. In un messaggio dell’epoca, Musk scrive a Zilis: “Ci sono poche probabilità che OpenAI sia di successo se mi concentro su TeslaAI”. È la frase che spiega tutto il resto: Musk non vuole un laboratorio accanto a OpenAI, lo vuole al posto di OpenAI.
Tra le note di Zilis emerse al processo ce n’è una particolarmente eloquente. Se i cofondatori non si fossero piegati, l’opzione era prendere Demis Hassabis al loro posto. Il fondatore di DeepMind, allora già passato a Google da quattro anni, avrebbe dovuto guidare l’IA in Tesla.
Zilis ne motiva la fattibilità in termini personali: “Trova un modo di prendere Demis. Sul serio… Demis fa davvero il fan e non penso sia immorale, solo amorale. Se gli stesse intorno a E[lon], forse lo costringerebbe a pensare di più all’umanità”.
L’annotazione contiene un giudizio implicito che vale la pena sottolineare: secondo la sua compagna, frequentare Hassabis avrebbe portato Musk a pensare di più all’umanità. Otto anni dopo, Hassabis guida Google DeepMind, l’unità che è diventata il principale rivale di OpenAI nella corsa all’AGI. Se davvero, nel 2018, faceva il fan di Musk, c’è da domandarsi se oggi lo sia ancora.
Musk e il piano di prendere il consiglio dall’interno
Il disegno non si fermava al piano di assorbimento esterno. Sempre dalle note di Zilis emerge che Musk, in una fase delle trattative, aveva ipotizzato di far entrare nel consiglio di OpenAI tre dei suoi uomini più fidati: la stessa Zilis, il capo di gabinetto Sam Teller e il money manager Jared Birchall. Tre seggi, tre fedelissimi, controllo del consiglio dall’interno. Zilis, secondo le e-mail emerse al processo, scrisse a Teller di non aver riferito quella proposta al team di OpenAI.
Dopo l’assunzione di Andrej Karpathy, ricercatore di OpenAI poi passato a Tesla nel 2017, Musk chiese a Zilis una lista degli altri “top OpenAI people” da reclutare. Il 16 febbraio 2018, due settimane prima dell’uscita dal consiglio, Musk inviò un messaggio a Zilis che riassume con precisione la strategia: “Restate vicini e amichevoli ma cercheremo attivamente di portare tre o quattro persone da OpenAI a Tesla”.
Quanto abbiamo scritto nel marzo 2024, oggi viene confermato sotto giuramento dal materiale presentato in aula a Oakland: Musk parlava di OpenAI come “cash cow” da legare a Tesla. La differenza è che adesso lo dicono anche le note di chi quella mediazione la teneva quotidianamente.
OpenAI: la causa è sul controllo, non sulla missione
La tesi degli avvocati di OpenAI è netta. William Savitt, capo del collegio difensivo, l’ha riassunta così dopo l’udienza: Musk era pronto al for-profit, “purché ne avesse il controllo”. Quando capì che né l’opzione fusione con Tesla né l’opzione consiglio addomesticato erano percorribili, “ha preso le sue cose e se n’è andato”.
In tribunale, Brockman lo ha messo in termini ancora più espliciti: “Non dovrebbe esistere una persona con il controllo pieno e assoluto su OpenAI”. È la stessa frase, identica nella sostanza, che le note di Zilis attribuiscono ai cofondatori già nel 2017: il loro “totale non negoziabile” era “un accordo blindato perché Elon o chiunque altro non avesse il controllo assoluto sull’AGI che avrebbero costruito”.
Il processo che oggi accusa Altman e Brockman di aver “rubato un ente di beneficenza” nasce, a guardare le carte, dal rifiuto di consegnare quell’ente a Musk che oggi l’accusa. I ruoli si sono semplicemente invertiti.
La testimonianza Murati
Sarebbe però un errore leggere il processo solo come duello Musk contro OpenAI. Mercoledì la giuria ha ascoltato anche la deposizione videoregistrata di Mira Murati, ex chief technology officer di OpenAI e brevemente CEO ad interim dopo l’estromissione di Altman nel novembre 2023.
La Murati ha descritto Altman come un dirigente che “creava caos” e che, a volte, era “ingannevole” con lei e altri. “La mia preoccupazione era che Sam dicesse una cosa a una persona e l’esatto opposto a un’altra”, ha testimoniato.
La Zilis, nella stessa udienza, ha confermato di aver sollevato preoccupazioni interne in “un paio di occasioni”. Il consiglio di OpenAI, ha aggiunto, espresse “estrema preoccupazione” per il rilascio di ChatGPT “senza alcuna parvenza di comunicazione” preventiva.
La Murati, alla fine, si adoperò comunque per vedere Altman tornare al suo posto. Non perché lo difendesse ma perché temeva il peggio: “OpenAI era a rischio catastrofico di disintegrazione”. Anche tolto Musk dall’equazione, la governance del laboratorio resta una struttura fragile, esposta a personalismi e improvvisazione.
Il doppio gioco della Zilis
A guardare le carte, Zilis non è stata solo una mediatrice tra Musk e i cofondatori. È stata, per anni, un canale informativo priviliegiato. Il 20 agosto 2017, dieci giorni prima che Musk lo comunicasse a Brockman e Sutskever, scriveva di sapere già del taglio dei finanziamenti e ne calcolava “l’impatto psicologico” sui cofondatori.
Il 16 febbraio 2018, dopo l’uscita di Musk dal consiglio, gli scrive: “Preferisci che resti vicina e amichevole a OpenAI per continuare a far girare informazioni, o che inizi a dissociarmi?”. Musk risponde di restare. Lei resterà nel consiglio di OpenAI, fino al 2023.
In quegli stessi anni Zilis e Musk hanno avuto quattro figli e sono diventati compagni. Il consiglio non lo ha mai saputo formalmente. Brockman, che era suo amico, scoprì la maternità dei gemelli da un articolo di Business Insider e le chiese spiegazioni.
Si accontentò delle rassicurazioni di lei che, sorprendentemente, furono che i figli erano stati avuti tramite fecondazione assistita e che il rapporto era “platonico”. Brockman non fece domande e lei rimase nel consiglio.
La finzione si è chiusa nel 2023. Sam Altman le ha telefonato e le ha detto, secondo la sua stessa deposizione: ‘Ho saputo che Elon sta lanciando un’iniziativa concorrente’. Frase questa alla quale la Zilis avrebbe risposto: ‘Se è vero, questo è il momento di dimettersi’.
Fonti: Financial Times, The Verge, Reuters


