Sergey Brin, co-fondatore di Google e figura chiave nel recente rilancio dell’azienda nel settore dell’intelligenza artificiale, è intervenuto in modo diretto e durissimo su un tema che da mesi agita i corridoi di Mountain View: il coinvolgimento di Google nelle infrastrutture digitali israeliane utilizzate a Gaza.
Lo ha fatto in un forum interno frequentato da circa 2.500 dipendenti, per lo più ricercatori e ingegneri AI, rispondendo a un dibattito interno nato attorno a un rapporto dell’ONU che accusa le big tech (tra cui Google e Amazon), di aver tratto profitto da quella che viene definita “l’azione genocida condotta da Israele” nel territorio palestinese.
“Con tutto il rispetto, usare il termine genocidio in relazione a Gaza è profondamente offensivo per molti ebrei che hanno subito genocidi reali”, ha scritto Brin nel canale GDM Hot Goss dedicato al confronto tra i team di Google DeepMind. “Sarei anche cauto nel citare organizzazioni trasparentemente antisemite come l’ONU in relazione a questi temi.”
Un commento che ha spiazzato e in alcuni casi turbato diversi dipendenti, secondo quanto riportato dal Washington Post, che ha potuto visionare gli screenshot e verificarli con un membro attivo del forum.
Brin, che raramente interviene nelle discussioni interne, ha chiarito in seguito tramite il suo portavoce che quelle parole erano una reazione a un “rapporto chiaramente di parte e fuorviante”.
Ma il tono e il bersaglio scelto, l’ONU, segnano un punto di rottura pubblico non banale per un’azienda che continua a essere sotto pressione, sia esternamente che al suo interno, per i rapporti stretti con il governo israeliano.
L’eredità personale e il contesto geopolitico
Le parole di Brin hanno un peso specifico che va oltre la sua carica formale. Dopo aver lasciato i ruoli esecutivi nel 2019, è tornato a essere coinvolto direttamente nei progetti AI di Google in risposta alla corsa scatenata dal lancio di ChatGPT.
Ma Brin è anche un ebreo russo emigrato negli Stati Uniti da bambino con i genitori, fuggiti dall’antisemitismo sovietico. Un dettaglio biografico che aggiunge contesto alla sua reazione e rende più comprensibile lo scontro in atto.
Il rapporto delle Nazioni Unite che ha scatenato la polemica è stato firmato da Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi occupati.
Il documento accusa direttamente le aziende tecnologiche americane (ma non solo: in tutto sono una sessantina) di aver capitalizzato la crescente domanda di potenza di calcolo e cloud storage da parte dell’esercito israeliano, una domanda alimentata a suo dire dai flussi continui di dati generati dal controllo di Gaza.
Viene citato esplicitamente il contratto Project Nimbus, del valore di 1,2 miliardi di dollari, assegnato nel 2021 a Google e Amazon per fornire infrastrutture cloud e IA allo Stato di Israele.
La pressione politica e le richieste di rimozione della Albanese
La figura di Francesca Albanese è al centro di una dura campagna diplomatica da parte degli Stati Uniti, che hanno chiesto in più occasioni la sua rimozione, accusandola apertamente di antisemitismo e di pregiudizi nei confronti di Israele.
La missione americana presso l’ONU ha rinnovato questa richiesta la scorsa settimana, chiedendo al segretario generale António Guterres di prendere posizione contro la relatrice. Da parte sua, il portavoce di Guterres ha precisato che i relatori speciali agiscono in completa autonomia rispetto al segretario generale, pur operando sotto l’egida del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU.
In questo clima teso, il confronto interno a Google riflette le stesse fratture del dibattito pubblico. Uno degli ingegneri IA ha condiviso nel forum una considerazione amara sul contenuto del rapporto: “L’unico lato positivo qui è che stiamo spendendo tutto il nostro tempo e denaro su Gemini e non su qualcosa di più utile per un genocidio”, si legge in uno degli screenshot visionati dal Washigton Post. Una battuta feroce, ironica, che segnala un malessere reale a Mountain View.
Google, l’IA e la fine dell’etica pubblica
La controversia si inserisce in un contesto in cui Google ha già dimostrato una certa disponibilità a ridefinire le proprie linee guida etiche in funzione della realpolitik.
A febbraio l’azienda ha rimosso dai suoi principi sull’intelligenza artificiale il divieto esplicito all’uso militare o alla sorveglianza. Quelle linee guida, pubblicate nel 2018 dopo le prime proteste interne contro i contratti del Pentagono, erano nate per garantire un approccio responsabile all’IA, in linea con i principi del diritto internazionale. Un impegno che oggi appare indebolito.
Nel 2024, inoltre, l’azienda ha licenziato diversi dipendenti che protestavano contro il contratto cloud con Israele. In un memo interno, in quell’occasione l’amministratore delegato Sundar Pichai ha invitato i dipendenti a non usare il luogo di lavoro per “scontrarsi su temi divisivi o fare dibattiti politici”.
Ma con la crescente militarizzazione dell’IA e il coinvolgimento diretto di Google in scenari geopolitici sempre più complessi, sarà difficile tenere fuori la politica dai laboratori di Mountain View.


