Perdonateci se parliamo di AGI in due news consecutive. Però, al di là del fatto che ormai la gestione delle IA ha costi sempre più proibitivi, serve un po’ di chiarezza da parte dell’industry.
Nella news che abbiamo pubblicato qualche ora fa, infatti, scrivevamo delle difficoltà cui sta andando incontro la Silicon Vally ad addestrare intelligenze artificiali sempre più… intelligenti. Al punto che serve un ripensamento del modo in cui esse vengono addestrate.
Poi abbiamo Masayoshi Son, secondo il quale “l’IA sarà al livello umano tra due anni”. Però, come sappiamo, OpenAI ha recentemente raccolto 6,6 miliardi di dollari in un round di finanziamento. E di questi, 500 milioni provenivano da SoftBank, quindi è lecito avere il dubbio che il suo patrono abbia espresso interessi di parte.
Sulla sponda opposto troviamo Yann LeCun, secondo il quale gli LLM come ChatGPT, Gemini di Google o Llama di Meta non raggiungeranno mai livelli di intelligenza umana. E quelli attuali “hanno l’intelligenza di un gatto domestico”.
Siccome parliamo del vincitore del Turing Award del 2018 e del Chief AI Scientist di Meta, la sua opinione ha un certo peso.
L’AGI l’anno prossimo (e viene prima di un figlio)
Le intelligenze artificiali del futuro, dunque, sono un ottovolante emotivo, un saliscendi dove, a seconda di chi ne parla, di quanto ci crede, di quanto ci ha investito o di quanto spera di raccogliere, ci troveremo presto in un futuro distopico oppure nel presente che ormai conosciamo.
A riportare in alto l’indicatore dell’hype di pensa un (interessato?) Sam Altman, secondo il quale il 2025 vedrà il debutto dell’Intelligenza Artificiale Generale (AGI), l’IA con capacità paragonabili alla mente umana, che rivoluzionerà il mondo tecnologico (e non solo).
Altman ha lanciato questa previsione durante un’intervista con Gary Tan, CEO e presidente dell’incubatore di startup Y Combinator.
Parlando con la disinvoltura tipica di chi discute della moda della prossima stagione estiva, alla domanda “cosa ti eccita di più del 2025, cosa sta per arrivare?”, Altman ha risposto: “AGI”.
Solo successivamente, l’amministratore delegato di OpenAI si è ricordato che lui e suo marito, Oliver Mulherin, aspettano un figlio, descrivendo l’evento come “la cosa che più lo entusiasma in assoluto nella vita”.
Sam Altman says AGI is coming in 2025 and he is also expecting a child next year pic.twitter.com/5pn8D4Mfi0
— Tsarathustra (@tsarnick) November 8, 2024
E dunque?
Ora che abbiamo chiare quali siano le priorità nella vita di Sam Altman, dobbiamo osservare che pochi giorni fa ha dichiarato ambiguamente nel corso del podcast “20VC” che, entro cinque anni, il ciclo dell’AGI potrebbe già essersi completato.
“La gente dirà: il momento dell’AGI è venuto e andato”. Secondo lui, infatti, “la società stessa” cambierà “sorprendentemente poco”, suggerendo un’impennata tecnologica rapida ma con conseguenze per la società più contenute di quanto ci si aspetti.
Ma, nell’ennesimo saliscendi dell’hype, dobbiamo altresì ricordare la recente uscita dai vertici di OpenAI di Miles Brundage, ex Senior Advisor for l’AGI Readiness (traducibile in “prontezza all’AGI) dell’azienda di Sam Altman.
Brundage, che ha annunciato le sue dimissioni attraverso una lettera su Substack, ha messo in dubbio la capacità dell’azienda di gestire le responsabilità associate all’AGI. Il suo addio ha coinciso con lo scioglimento del proprio team interno, suggerendo che le preoccupazioni sulle implicazioni di questa tecnologia sono tutt’altro che risolte.
Le dichiarazioni di Brundage sottolineano dunque una tensione tra la visione di Altman e le valutazioni interne dell’azienda. Mentre il primo descrive l’AGI come una tappa imminente, la scelta di sciogliere un intero team dedicato a prepararsi per il suo impatto solleva perplessità sull’effettiva volontà di OpenAI di fronteggiare le sfide pratiche ed etiche della tanto attesa singolarità.
Quindi, cosa ci aspetta?
Difficile capirlo, perché tra chi dice che le AGI sono una chimera e chi invece afferma che sono dietro l’angolo, tra chi sostiene che cambieranno l’umanità e chi invece che la cambieranno ben poco, tra chi infine ha interessi economici nella questione (leggasi, raccogliere finanziamenti) e chi invece è solo un osservatore esterno, non è chiaro capire cosa ci riservi realmente il futuro.
Se Altman ha ragione, il 2025 potrebbe segnare un momento decisivo, non solo per la tecnologia ma per l’umanità stessa. La sua visione, così ottimista e orientata al progresso, contrasta però con le preoccupazioni di chi, come Brundage, si interroga sull’effettiva capacità di OpenAI di ‘imbrigliare’ l’AGI.
Il cui arrivo, dunque, non è più solo una questione di “quando” o di “se,” ma soprattutto di “come” e “con quali conseguenze”. E a questo punto la vera domanda sembra essere: siamo pronti per una simile trasformazione? O forse non ci sarà realmente bisogno di esserlo?


