La rinascita manifatturiera USA e il paradosso dei robot stranieri

da | 26 Mag 2025 | Tecnologia

Illustrazione: Gemini
Tempo di lettura: 3 minuti

Gli Stati Uniti si trovano a un crocevia significativo. La visione di una rinascita manifatturiera americana, spesso evocata dalle recenti amministrazioni, dipinge un quadro di fabbriche all’avanguardia, altamente automatizzate e popolate da una forza lavoro più efficiente.

Eppure, questa visione ambiziosa si scontra con una realtà ineludibile: per raggiungere tale obiettivo, gli USA avranno bisogno di una quantità massiccia di robot di produzione straniera.

Questo non è un dettaglio marginale ma un punto cruciale che rivela le profonde interconnessioni tra tecnologia, economia e sicurezza nazionale. Dopo decenni di disinvestimenti nel settore manifatturiero interno, l’America sta cercando di recuperare terreno.

Il problema è che, al momento, non può farlo senza affidarsi a giganti tecnologici e produttori esteri per le robotica avanzata necessaria a colmare il divario con il resto del mondo.

La necessità dell’automazione: non più un lusso, ma un imperativo

Il reshoring della produzione manifatturiera negli Stati Uniti è ampiamente considerato critico sia per la sicurezza nazionale che per quella economica. Il contesto attuale, caratterizzato da persistenti carenze di manodopera e da una spietata pressione competitiva da parte di nazioni con costi di produzione inferiori, impone però che le nuove fabbriche siano più automatizzate che mai.

Non si tratta più di una scelta ma di una necessità strutturale. “Questo è il modo in cui si compete oggi”, ha spiegato ad Axios Jeff Burnstein, presidente della Association for Advancing Automation. “Devi sfruttare i migliori strumenti disponibili.”

L’industria automobilistica statunitense è un esempio emblematico di questa tendenza. È già un settore altamente automatizzato, posizionandosi al quinto posto a livello globale per il rapporto tra robot e operai, a pari merito con nazioni leader come Giappone e Germania, e superando persino la Cina in questo specifico indicatore, secondo i dati della International Federation of Robotics (IFR). Ciò dimostra che quando c’è stato l’investimento e la spinta, l’adozione è stata rapida.

Il quadro però cambia quando si guardano altri settori. Mentre industrie come quella farmaceutica, l’agricoltura e la logistica stanno rapidamente accelerando l’adozione dell’automazione, gli Stati Uniti accusano ancora un ritardo significativo rispetto ad altre nazioni nei settori non automobilistici.

Questo ritardo rappresenta una vulnerabilità strategica, soprattutto in un’era in cui la resilienza delle catene di approvvigionamento è diventata una priorità assoluta.

Il paradosso americano: dominanza storica e dipendenza attuale

Nonostante l’impulso all’automazione, persiste un paradosso fondamentale: la stragrande maggioranza dei robot industriali utilizzati in America è importata.

Dati IFR indicano che Giappone, Cina, Germania e Corea del Sud producono il 70 percento dei robot a livello mondiale. Questo significa che mentre gli Stati Uniti cercano di rivitalizzare la propria base produttiva, lo fanno in gran parte appoggiandosi sulla capacità tecnologica di altre nazioni.

Solo il gigante svizzero ABB può vantare una significativa base produttiva di robot negli Stati Uniti, con circa il 75% dei robot venduti negli USA costruiti in Michigan. Altri attori chiave come Fanuc e Kuka, invece, producono la maggior parte dei loro robot all’estero, spedendoli poi negli Stati Uniti per l’assemblaggio finale e i test.

Questo modello, sebbene efficiente dal punto di vista logistico, evidenzia una dipendenza da catene di approvvigionamento globali che possono essere vulnerabili a tensioni geopolitiche o shock economici. Una volta giunti negli USA, sono gli integratori di sistemi robotici locali a installare questi sistemi di automazione nelle fabbriche americane, completando il ciclo di adozione.

È ironico pensare che gli Stati Uniti, negli anni ’60, dominavano l’industria della robotica. Il primo robot industriale al mondo fu installato in uno stabilimento General Motors nel 1961. La combinazione di resistenza sindacale e una carenza di investimenti e supporto governativo ha però lasciato un vuoto che è stato rapidamente colmato.

Il Giappone, a partire dalla fine degli anni ’60, ha visto la robotica come una chiara strategia di crescita, seguito poco dopo dalle aziende europee. Oggi, i produttori cinesi stanno emergendo con forza, sostenuti da una politica governativa che ha elevato la robotica, inclusi i robot umanoidi, a priorità strategica sotto l’iniziativa Made in China 2025.

Uno sguardo al futuro: nuove opportunità e vecchie sfide

La situazione attuale, con la necessità di importare una quota significativa di robot, non frena però l’innovazione interna. Molte aziende statunitensi stanno investendo pesantemente nello sviluppo di robot focalizzati sul futuro delle fabbriche, in particolare nelle forme umanoidi.

Nomi come Agility, Apptronik, Figure e Tesla sono in prima linea in questa nuova ondata di ricerca e sviluppo. Questo offre agli Stati Uniti “un’altra possibilità di guidare”, come sottolinea Burnstein, la cui organizzazione è a favore di una politica nazionale sulla robotica che emuli l’approccio strategico della Cina.

Mentre proiezioni come quella di Morgan Stanley che prevede un mercato degli umanoidi da 5 miliardi di dollari entro il 2050 sono stimolanti, il futuro non può sostituire la domanda e la necessità di investimenti immediati.

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La sfida per gli Stati Uniti è duplice: da un lato, accelerare l’adozione dell’automazione per rimanere competitivi; dall’altro, costruire una solida base produttiva interna per ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero.

Questo equilibrio tra importazione e produzione interna sarà fondamentale per la resilienza e la sovranità tecnologica americana nei prossimi decenni.

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