Chi entra in uno stadio, partecipa a un concerto o attraversa una stazione potrebbe vedere il proprio volto trasformato automaticamente in un dato biometrico e conservato per sette giorni, senza essere sospettato di alcun reato. È quanto potrebbe accadere in Italia in base a uno schema di decreto legislativo sull’impiego dell’intelligenza artificiale da parte delle forze di polizia, attualmente all’esame del Parlamento.
La proposta ha acceso lo scontro politico e attirato l’attenzione di Bruxelles. “Il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata” dall’AI Act, ha ricordato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier. L’obiettivo della norma, ha spiegato, è evitare che l’IA venga utilizzata per controllare gli spostamenti quotidiani delle persone.
Regnier ha tuttavia precisato di non avere tutti gli elementi sul decreto italiano e di non volerne anticipare il giudizio: non si tratta quindi, almeno per ora, di una bocciatura formale da parte dell’Unione europea.
I volti conservati per sette giorni
Lo schema di decreto distingue tra riconoscimento facciale in tempo reale e riconoscimento a posteriori. Il primo può essere autorizzato soltanto in circostanze eccezionali, per esempio per prevenire una minaccia terroristica o un grave pericolo per la vita, oppure per cercare persone scomparse, rapite o vittime di tratta e sfruttamento sessuale.
La parte più controversa riguarda però il riconoscimento a posteriori. I sistemi di videosorveglianza già installati nei luoghi considerati sensibili potrebbero essere integrati con componenti di IA capaci di elaborare automaticamente i dati biometrici delle persone riprese. Le informazioni verrebbero conservate localmente per sette giorni e cancellate se nel frattempo non fosse stato commesso alcun reato. In caso contrario, potrebbero essere utilizzate per le indagini.
Il passaggio è importante perché una normale registrazione video non equivale ancora a un archivio biometrico. Un sistema di riconoscimento facciale estrae dal volto alcune caratteristiche misurabili e le trasforma in un modello matematico, una sorta di impronta digitale del viso che può essere confrontata automaticamente con altre immagini o banche dati.
Il decreto consentirebbe quindi di elaborare preventivamente non soltanto il volto di una persona ricercata, ma quello di tutti coloro che entrano in determinati luoghi o partecipano a particolari eventi.
La misura potrebbe riguardare stadi, concerti, manifestazioni, stazioni ferroviarie, grandi eventi e perfino intere aree urbane.
Il riconoscimento facciale è a posteriori
È proprio qui che si concentra l’obiezione del Garante privacy. L’Autorità ha espresso un parere complessivamente favorevole sullo schema di decreto, ma ha posto una serie di condizioni e chiesto di modificare l’articolo 10.
Secondo il Garante, il trattamento automatizzato dei dati biometrici di tutte le persone presenti in un luogo “non appare coerente» con l’AI Act”. Il regolamento europeo permette infatti il riconoscimento facciale a posteriori per ricerche mirate di persone sospettate o condannate per un reato, non per costruire in anticipo un archivio biometrico della popolazione presente.
La contraddizione è dunque di natura temporale. Il governo definisce il sistema “a posteriori” perché il confronto dei volti verrebbe effettuato soltanto dopo la commissione di un reato. Ma la trasformazione delle immagini in dati biometrici e la loro memorizzazione avverrebbero prima che il reato venga commesso, prima che inizi un’indagine e prima ancora che esista un sospettato.
Il Garante propone quindi un sistema diverso: le telecamere potrebbero continuare a registrare le normali immagini ma l’elaborazione biometrica dovrebbe essere attivata soltanto dopo un reato, sulle tracce video pertinenti e in presenza di una specifica esigenza investigativa. In questo modo la polizia potrebbe cercare un sospetto senza trasformare preventivamente in dati biometrici i volti di tutti i presenti.
Il problema sollevato dal Garante riguarda anche la quantità di persone coinvolte, l’ampiezza dei luoghi interessati e il fatto che la raccolta sarebbe indiscriminata. L’Autorità parla espressamente del rischio di una raccolta “massiva e preventiva”, non proporzionata e potenzialmente in contrasto con il diritto europeo.
Le opposizioni: “Non siamo uno Stato di polizia”
Le opposizioni hanno trasformato le osservazioni tecniche del Garante in uno scontro politico. Il senatore del Partito democratico, Filippo Sensi, ha accusato il governo di voler allentare le garanzie previste dal regolamento europeo: “Non siamo uno Stato di polizia, siamo uno Stato di diritto”.
Ancora più diretta la critica del segretario di +Europa Riccardo Magi: “Da Fratelli d’Italia a Grande Fratello d’Italia è un attimo”. Secondo Magi, con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza si rischia di arrivare a una sorveglianza generalizzata e alla cancellazione della privacy dei cittadini. Anche il Movimento 5 Stelle ha parlato di una “deriva pericolosa”, mentre il Partito democratico ha chiesto un controllo preventivo più rigoroso da parte dell’autorità giudiziaria.
Il dibattito arriva inoltre in un momento politicamente favorevole a una stretta sugli strumenti di sicurezza. Nei giorni scorsi si sono verificati scontri a Bologna e in Val di Susa. In entrambi gli episodi sono rimasti feriti numerosi agenti.
Il decreto non nasce apparentemente come risposta a questi fatti, ma la discussione sul riconoscimento facciale esplode mentre il governo insiste sulla necessità di rafforzare gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine.
La maggioranza difende invece quello che il presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha definito un “impianto normativo equilibrato”, fondato sui principi di proporzionalità, non discriminazione, sorveglianza umana e trasparenza.
Il governo rivendica il primato italiano
Palazzo Chigi ha assicurato che l’Italia continuerà a rispettare l’AI Act, le garanzie costituzionali e i diritti di libertà. Il governo rivendica inoltre di essere stato il primo in Europa ad adottare una normativa organica sull’intelligenza artificiale e sostiene di voler promuovere un’IA “centrata sull’uomo e governata dall’uomo”.
La risposta, però, non spiega come la raccolta preventiva dei dati biometrici di tutte le persone presenti possa essere conciliata con l’obiezione precisa del Garante, secondo cui l’AI Act permette soltanto ricerche mirate effettuate dopo un reato.
La rivendicazione del primato italiano finisce così per rendere la contraddizione ancora più evidente. Il governo si presenta come un’avanguardia europea nella regolamentazione dell’IA ma non chiarisce come una delle disposizioni più delicate del decreto possa rispettare proprio il regolamento europeo che dovrebbe attuare.
Nel frattempo, dopo il via libera della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, il voto nella commissione equivalente della Camera è stato rinviato il 30 luglio, nel pieno delle polemiche. Il punto, quindi, non è stabilire se le forze di polizia possano utilizzare il riconoscimento facciale in circostanze specifiche: l’AI Act lo permette già, seppure entro limiti molto rigidi.
La questione è se, per cercare in futuro un eventuale sospetto, sia possibile trasformare preventivamente in dati biometrici i volti di migliaia di persone che non hanno commesso alcun reato. Ed è proprio a questa domanda che, per ora, il governo non ha risposto.
Fonti: Corriere della Sera, Ansa

