Che i sauditi abbiano liquidità di investire (o semplicemente da spendere), è cosa nota a tutti. Che abbiano intenzione di farlo nell’ambio delle intelligenze artificiali, è invece una cosa meno. Tranne a chi legge TechTalking, ovviamente.
Nelle scorse settimane, infatti, abbiamo dato al riguardo due importanti notizie. La prima, a metà aprile, riguardava l’investimento da 1,5 miliardi di dollari da parte di Microsoft in G42, holding di intelligenza artificiale con sede ad Abu Dhabi.
Questa mossa è stata significativa per molteplici motivi: perché ha rafforzato la posizione di Microsoft nella regione del Golfo e perché ha introdotto Brad Smith, vicepresidente e presidente di Microsoft, nel Consiglio di amministrazione di G42. Soprattutto, perché l’accordo rappresenta anche un ponte strategico tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti, nel contesto della crescente rivalità tecnologica con la Cina.
Non va poi dimenticato che, secondo gli Stati Uniti, G42 manterrebbe rapporti con realtà cinesi quali Huawei, il gigante della biotecnologia Beijing Genomics Institute e Tencent. Non bastasse, il CEO di CEO di G42, Peng Xiao, ha precedentemente occupato un ruolo chiave in una filiale di DarkMatter, azienda nota per lo sviluppo di spyware e strumenti di sorveglianza impiegabili per monitorare dissidenti, giornalisti, politici e organizzazioni statunitensi.
Ecco dunque spiegata l’esigenza americana di presidiare il CdA di G42, così da esercitare tutto il proprio “soft power” in un contesto geopolitico nel quale l’arma delle sanzioni economica sarebbe controproducente.
Che gli USA siano particolarmente attenti a che gli arabi non finanzino la Cina è divenuto conclamato con la notizia che abbiamo dato qualche settimana fa, secondo cui Amit Midha, amministratore delegato di Alat, ha riconosciuto gli Stati Uniti come il mercato di riferimento per l’intelligenza artificiale e la produzione di semiconduttori. E dichiarato che qualora l’amministrazione Biden lo chiedesse, si disimpegnerebbe dalla Cina.
Ma cos’è Alat? È una società d’investimento sostenuta dal Public Investment Fund dell’Arabia Saudita, dotata di un capitale di 100 miliardi di dollari. Si occupa principalmente di investimenti nel settore della tecnologia, con un focus specifico sui semiconduttori e sull’intelligenza artificiale.
Chiaramente agli americani, che sempre più spesso si riferiscono alla Cina come a un nemico anziché un avversario, non va molto a genio l’idea che gli arabi a finanzino la tecnologie antagoniste di Xi Jinping. E questa è la ragione per cui la notizia che diamo oggi è particolarmente importante. Dal punto di vista non solo economico ma soprattutto politico.
Prosperity7 Ventures, un fondo saudita legato a Saudi Aramco, ha infatti preso parte all’ultimo round di finanziamento della startup cinese Zhipu AI mettendo sul piatto 400 milioni di dollari.
Fondata nel 2019, Zhipu AI è una delle prime e più note startup cinesi a sviluppare intelligenza artificiale generativa. Secondo fonti anonime a conoscenza dei fatti e riportate al Financial Times, la startup con sede a Pechino è valutata circa 3 miliardi di dollari. Ed è stata tra le prime compagnie in Cina a ottenere l’approvazione governativa per il lancio al pubblico di un chatbot che ha ottenuto anche il sostegno di Alibaba e Tencent.
L’investimento di Prosperity7 Ventures non rappresenta solo un primato (è la prima volta che una società straniera sostiene un grande attore cinese nell’ambito dell’intelligenza artificiale generativa), ma può anche essere il segnale di una affermazione dell’autonomia saudita nei confronti degli USA. Oppure, può essere letta il primo passo di uno stato che vuole affermarsi come l’ago della bilancia quando si parla di intelligenze artificiali.
Pechino sta promuovendo uno sforzo nazionale attraverso aziende come Zhipu e Baidu per sviluppare una risposta domestica a ChatGPT, considerata una priorità strategica vista l’importanza dell’IA per le economie future. E in un contesto di crescenti tensioni con Stati Uniti ed Europa aumentavano, ha cercato di rafforzare i legami con l’Arabia Saudita.
Nel novembre scorso, Cina e Arabia Saudita hanno infatti firmato un accordo triennale del valore di circa 7 miliardi di dollari. Che stabilisce uno swap valutario tra le rispettive banche centrali, particolarmente strategico visto che la Cina, che sta spingendo per l’adozione dello yuan nelle transazioni coi principali esportatori di energia e materie prime, rappresenta il principale partner commerciale dell’Arabia Saudita.
L’accordo di swap mira a “rafforzare la cooperazione finanziaria” e a “facilitare scambi e investimenti più agevoli” tra i due paesi, ha dichiarato la Banca Popolare Cinese in una nota. La banca centrale saudita ha sottolineato che questo accordo riflette l’intensificarsi della collaborazione tra le due istituzioni.
Ci sarebbe da innestare su tutto questo un discorso sui petroldollari, il cui abbandono metterebbe in ginocchio l’economia americana, ma finiremmo col divagare. Meglio allora concentrarci sulla partita per l’intelligenza artificiale, che a questo punto si fa interessantissima da seguire. Da un lato abbiamo i due pesi massimi, Stati Uniti e Cina, in lotta per il primato di superpotenza mondiale. E in mezzo il mondo arabo, con la volontà (e i capitali) per essere l’arbitro di questo scontro.


