Mentre Donald Trump firma divieti sui droni cinesi e il Pentagono annuncia miliardi per acquistare sistemi americani, Eric Trump e Donald Trump Jr. lanciano una società di droni. Si chiama Powerus, ha sede in Florida, ed è nata l’anno scorso.
A darne la notizia, in esclusiva, è il Wall Street Journal, che ricorda come l’amministrazione americana abbia vietato i nuovi modelli di droni cinesi, a partire da DJI, che da oltre un decennio domina il mercato globale con una quota stimata tra il 70 e l’80%, creando un vuoto che qualcuno dovrà riempire.
Quel qualcuno è Powerus. Il Pentagono ha nel frattempo lanciato il programma “Drone Dominance”: 1,1 miliardi di dollari per acquistare centinaia di migliaia di sistemi di fabbricazione americana entro il 2027.
Domanda pubblica, creata per decreto, a beneficio di un mercato privato in cui la famiglia del presidente ha appena investito. Il conflitto d’interessi è strutturale.
Una holding di golf, una banca di famiglia
Per quotarsi in borsa, Powerus ha scelto la via della fusione inversa: invece di affrontare il processo tradizionale di IPO (più lungo, più scrutinato), si fonderà con una shell company già quotata, in questo caso una holding di campi da golf in Florida i cui azionisti includono American Ventures, il veicolo d’investimento dei Trump, e Dominari Securities, la banca d’investimento della famiglia già coinvolta nelle operazioni crypto.
Il risultato è che Powerus approderà al Nasdaq nei prossimi mesi, con un percorso accelerato verso i mercati dei capitali.
La rete di connessioni non si ferma qui. Tra gli investitori figura anche Unusual Machines, società di componenti per droni di cui Donald Trump Jr. è azionista e membro del consiglio consultivo, e della quale Powerus è anche cliente. Separatamente, il Korea Corporate Governance Improvement Fund ha investito 50 milioni di dollari.
È insomma un ecosistema che si autoalimenta: la stessa famiglia investe, siede nei consigli, fornisce i componenti e incassa i proventi della quotazione.
Diecimila droni al mese
Powerus dichiara di voler produrre più di 10.000 droni al mese. È una cifra che supera la capacità produttiva di quasi tutti i concorrenti americani, in un mercato che l’amministratore delegato Andrew Fox descrive come “altamente frammentato”, composto da piccole aziende con ricavi minimi che si contendono una fetta ridotta dei contratti della difesa.
Il Dipartimento della Difesa, storicamente, non ha mai acquistato volumi nemmeno lontanamente paragonabili.
L’obiettivo dichiarato è scalare rapidamente attraverso acquisizioni: Powerus ha già comprato tre piccole aziende negli ultimi sei mesi e vende droni aerei e marittimi.
La quotazione al Nasdaq servirà, nelle parole di Fox, a “finanziare la crescita della produzione e acquisire altre aziende”. Eric Trump, inoltre, sta investendo nel produttore israeliano di droni Xtend nell’ambito di un’operazione da 1,5 miliardi di dollari per portare la società in borsa tramite una fusione con JFB Construction.
La carta ucraina e la “faccia americana”
Il co-fondatore Brett Velicovich, veterano delle operazioni speciali dell’esercito americano, consulente di aziende drone negli Stati Uniti e in Ucraina, volto noto della televisione via cavo, ha dichiarato che Powerus sta lavorando ad accordi per acquisire aziende ucraine o licenziarne la tecnologia, per poi produrla e rivenderla con marchio americano. I dettagli, per ora, restano riservati.
La tecnologia dei droni ucraina è tra le più avanzate al mondo per applicazioni militari, forgiata da tre anni di guerra reale. Ma i produttori di Kiev incontrano ostacoli nell’esportazione, e il Pentagono ha requisiti stringenti sulle forniture di fabbricazione americana che rendono gli acquisti diretti dall’estero complicati.
La soluzione, secondo Velicovich, è semplice: “Ci deve essere una faccia americana davanti o dietro.” In altri termini: si prende la tecnologia ucraina, la si passa attraverso un’entità americana e la si consegna al Dipartimento della Difesa come prodotto domestico.
Powerus: un CEO senza esperienza
Andrew Fox, che guida Powerus come amministratore delegato, ha trascorso quasi tre decenni nella gestione di una società di servizi edili a New York.
Ha ammesso apertamente di non avere esperienza precedente nel settore dei droni. E sarà lui a dover trasformare Powerus in un produttore capace di consegnare decine di migliaia di sistemi all’anno al Pentagono.
La domanda che l’articolo del Wall Street Journal lascia senza risposta, e che vale la pena porsi, è se Powerus sia un’azienda industriale con ambizioni concrete o un veicolo finanziario costruito per capitalizzare su politiche decise dall’interno della Casa Bianca.
Le due cose non si escludono. Ma nei fatti, finora, la seconda descrizione si adatta meglio ai contorni dell’operazione.
Fonte: Wall Street Journal


