Il Wall Street Journal ha pubblicato martedì quello che molti nel settore temevano ma preferivano non dire ad alta voce. Secondo fonti interne citate dal quotidiano, OpenAI avrebbe mancato i propri obiettivi di nuovi utenti e ricavi nei mesi recenti.
Questa situazione avrebbe spinto la CFO Sarah Friar ad alzare la voce con gli altri dirigenti su un rischio futuro non secondario: se i ricavi non torneranno a crescere abbastanza in fretta, l’azienda potrebbe faticare a onorare i contratti già firmati per l’acquisizione di potenza di calcolo.
È una notizia che arriva in un momento particolarmente delicato. OpenAI sta infatti costruendo la narrativa per una quotazione in borsa che potrebbe valorizzarla fino a mille miliardi di dollari. I mercati, che su quella narrativa hanno già scommesso, hanno risposto nel solo modo che conoscono: vendendo.
Lo scorso 1° gennaio, in un editoriale su Substack, avevamo scritto che non serviva il fallimento di OpenAI per innescare un contagio finanziario. Bastava uno scenario molto più ordinario: una crescita che rallenta, una valutazione costruita su aspettative esponenziali che incontra la realtà dei numeri. Quelle ore sono arrivate prima del previsto.
L’effetto domino sui fornitori
Le prime a pagare sono state le società coi legami più diretti e più grandi. Oracle ha perso il 3,4% in mattinata: la società cloud ha firmato con OpenAI uno dei contratti più imponenti mai visti nel settore, 300 miliardi di dollari in potenza di calcolo distribuiti su cinque anni.
Non è un accordo commerciale qualunque e i mercati lo sanno. Tant’è che le azioni e le obbligazioni di Oracle erano già in discesa dai massimi recenti, con gli investitori che si chiedevano come la società avrebbe finanziato le sue ambizioni sui data center.
Oggi, i credit default swap a cinque anni di Oracle, strumenti finanziari che misurano il costo di assicurarsi contro il rischio che una società non riesca a ripagare i propri debiti, e che salgono quando quel rischio è percepito come più alto, hanno toccato il livello più elevato delle ultime due settimane.
CoreWeave, che solo il mese scorso aveva firmato un contratto da 11,9 miliardi di dollari con OpenAI, ha ceduto il 2,8%. Arm Holdings, che conta OpenAI tra i propri clienti, ha perso il 6,3%.
Il calo si è poi allargato ai semiconduttori in generale: AMD, Broadcom e Nvidia hanno perso tra il 2,1% e il 3,8%, trascinate dall’effetto reputazionale più che da dati propri. Anche il Philadelphia SE Semiconductor Index, l’indice di riferimento del settore, ha chiuso in ribasso del 3,2%.
“Assistiamo a questo fenomeno di tanto in tanto”, ha commentato Todd Schoenberger di CrossCheck Management. “Quando un’azienda con forte esposizione all’IA subisce una flessione, provoca un effetto domino sull’intero settore, indipendentemente dal fatto che sia giustificato o meno”.
SoftBank: all-in su un’azienda che ora vacilla
Il caso più emblematico è quello di SoftBank. Il conglomerato giapponese di Masayoshi Son ha chiuso la giornata in ribasso di quasi il 10% alla borsa di Tokyo, una seduta che racconta meglio di qualsiasi analisi quanto sia concentrata la sua esposizione.
SoftBank aveva ceduto la propria partecipazione in Nvidia e in T-Mobile per finanziare la scommessa su OpenAI, impegnandosi a versare 22,5 miliardi di dollari entro la fine del 2025.
È una mossa che abbiamo già segnalato come l’espressione estrema di quella logica di mercato cui abbiamo assistito ultimamente nell’ecosistema IA: i grandi investitori smettono di diversificare e fanno all-in su pochi nomi, assumendo che la crescita sia garantita.
Quella garanzia, oggi, sembra meno sicura.
OpenAI: l’IPO e la rinegoziazione con Microsoft
OpenAI sta lavorando a una quotazione in borsa che punta a una valutazione di mille miliardi di dollari, in un anno che promette anche l’IPO di SpaceX di Elon Musk. Costruire quella narrativa con i ricavi sotto le attese è un problema che va oltre la singola trimestrale.
Il giorno prima della pubblicazione del WSJ, OpenAI e Microsoft hanno rinegoziato l’accordo che permetteva a Microsoft di rivendere in esclusiva i modelli di OpenAI. La mossa apre la strada a nuovi contratti con altri operatori cloud, concorrenti diretti di Microsoft.
Letta in sequenza con le notizie di oggi, sembra meno una scelta strategica e più una mossa difensiva: diversificare le fonti di ricavo nel momento in cui la crescita interna non basta.
Per il resto del mercato tecnologico, la settimana si prospetta complicata: Amazon, Alphabet e Microsoft devono pubblicare i propri risultati finanziari nel corso dei prossimi giorni, e le premesse non sono le migliori.
Non un crollo, ma un segnale
“Le preoccupazioni su OpenAI non significano che il settore stia rallentando”, ha detto un analista interpellato da Reuters. “Significa forse solo che c’è più concorrenza”.
È una lettura corretta ma il punto non è se OpenAI sopravviverà, perché ci sembra già entrata nell’orbita del “too big to fail”. Il punto è che le valutazioni dell’intero ecosistema IA sono state costruite sull’assunzione che OpenAI avrebbe continuato a crescere in modo esponenziale.
Quando quella crescita mostra i primi segni di fatica non crolla solo un titolo ma vacillano le aspettative su cui è stato costruito il rally del settore. Lo avevamo scritto a gennaio, i mercati lo stanno confermando oggi.
Fonte: Reuters


