OpenAI ha deciso di non sostituire la sua struttura no-profit con una società a scopo di lucro, smentendo i piani che avrebbero portato a una trasformazione più radicale.
L’azienda manterrà invece il controllo centrale della fondazione originaria e convertirà soltanto la sua sussidiaria commerciale in una public-benefit corporation, una forma societaria ibrida, a metà tra profitto e missione pubblica.
L’annuncio rappresenta un segnale forte nel panorama tecnologico, soprattutto perché arriva dopo mesi in cui l’azienda aveva prospettato una svolta più netta per attrarre nuovi investimenti.
Il cambio di rotta arriva dopo settimane di confronto con rappresentanti istituzionali, inclusi i procuratori generali della California e del Delaware.
Sam Altman, CEO di OpenAI, ha definito la nuova proposta “più comprensibile” e ha minimizzato le aspettative: “Forse è meno dirompente di quanto molti si aspettassero”, ha dichiarato in conferenza stampa.
L’ombra di Musk dietro la scelta
La decisione ha un chiaro significato strategico ma ne anche uno politico.
Elon Musk, ex cofondatore, oggi apertamente in conflitto con Altman, da oltre un anno porta avanti una battaglia legale contro OpenAI, accusandola di aver tradito la sua missione originaria e di aver abbandonato l’altruismo fondativo in favore del profitto.
Musk aveva tentato di bloccare la conversione in tribunale e aveva persino messo insieme un consorzio di investitori per tentare un’acquisizione, poi respinta.
Il suo avvocato, Marc Toberoff, ha bollato la nuova mossa come una “ristrutturazione cosmetica” che “trasforma beni caritatevoli in miliardi privati”, sostenendo che “la missione originaria resta tradita”.
Ma è difficile non leggere la rinuncia al modello for-profit anche come una vittoria indiretta per il tycoon, che ora guida la concorrente X.ai e continua a influenzare il dibattito sull’IA da una posizione di antagonismo frontale.
L’equilibrio instabile tra investitori e missione
Il nodo rimane quello dell’equilibrio tra necessità di finanziamento e finalità pubblica.
La struttura originaria di OpenAI, dal 2015, prevedeva un consiglio no-profit con “dovere fiduciario verso l’umanità”, un approccio unico nel panorama tech. Ma col passare degli anni è diventato evidente che servivano molti più capitali del previsto.
Per questo, OpenAI aveva creato una sussidiaria a responsabilità limitata, che consentiva l’ingresso di colossi come Microsoft imponendo un tetto ai rendimenti: gli investitori potevano ottenere al massimo 100 volte quanto investito, e persino zero, se il board lo avesse ritenuto necessario per la missione.
La nuova formula non cancella questa tensione ma la ricodifica. Il modello public-benefit corporation previsto ora consente di attrarre capitali mantenendo un impegno dichiarato verso il bene pubblico.
Altman ha osservato che “questa struttura è ormai comune tra le aziende IA”, citando i casi di Anthropic e della stessa X.ai.
4 facts about our structure:
-OpenAI will continue to be controlled by the current nonprofit
-Our existing for-profit will become a Public Benefit Corporation
-Nonprofit will control & be a significant owner of the PBC
-Nonprofit & PBC will continue to have the same mission
— OpenAI (@OpenAI) May 5, 2025
Le incognite di OpenAI
Nel breve termine, il cambiamento dovrebbe consentire comunque a OpenAI di accedere ai fondi promessi da SoftBank: una tranche da 30 miliardi di dollari che dipendeva proprio dalla riuscita della ristrutturazione.
Anche il presidente del consiglio di amministrazione, Bret Taylor, ha parlato di un assetto “più semplice” e che permetterà a dipendenti, investitori e fondazione no-profit di detenere quote della nuova società. Ma andrà chiarito quanta parte del controllo resterà effettivamente nelle mani della no-profit.
Altman, dal canto suo, guarda al futuro: “Potremo iniziare presto a distribuire capitali della no-profit. Abbiamo una lunga lista di cose che pensiamo possano avere un impatto significativo”, ha detto.
Resta da vedere se sarà sufficiente a tenere insieme, ancora a lungo, missione filantropica e ambizioni da gigante tecnologico.


