OpenAI vuole l’enterprise. E per ottenerlo, è disposta a pagare. Secondo Reuters, la società di Sam Altman starebbe offrendo ai fondi di private equity specializzati in acquisizioni (i cosiddetti fondi di buyout, che rilevano aziende consolidate per ristrutturarle e rivenderle), partecipazioni con un rendimento minimo garantito del 17,5%.
È una soglia ben al di sopra degli standard di mercato per questo tipo di strumento. In cambio, chiede di entrare in joint venture che le permettano di distribuire i propri modelli di IA a centinaia di aziende in portafoglio in una volta sola. Tra i fondi corteggiati figurano TPG e Advent.
È una mossa che rivela quanto OpenAI senta la pressione competitiva di Anthropic sul fronte aziendale. Anthropic ha costruito la propria presenza nel mercato delle imprese con anni di anticipo, puntando su affidabilità e sicurezza come leve commerciali. Il suo accordo con il private equity non prevede rendimenti garantiti di questo tipo.
OpenAI, nata come prodotto per il grande pubblico con ChatGPT, deve recuperare terreno e lo sta facendo con un’offerta finanziaria difficile da ignorare, a cui si aggiunge l’accesso anticipato ai modelli più recenti come ulteriore incentivo per gli investitori.
OpenAI guarda all’IPO
Strutturare queste operazioni all’interno di veicoli societari separati significa che i costi (ingegneri, infrastrutture, personalizzazione dei modelli) non gravano direttamente sui bilanci di OpenAI e Anthropic, ma su quelli delle joint venture.
Per due società che bruciano capitale a ritmi elevati e si preparano a farsi valutare dai mercati pubblici, non è un dettaglio. È la differenza tra presentarsi alla quotazione con un bilancio appesantito da voci difficili da giustificare agli analisti o con uno strutturalmente più pulito, in cui i costi operativi pesanti sono allocati altrove. Le perdite non spariscono, ma diventano più facili da raccontare.
C’è poi una ragione più sottile. Una base aziendale ampia e documentata, con contratti pluriennali e clienti ricorrenti, costruisce la narrativa che i mercati pubblici vogliono sentire: non una società che brucia miliardi sull’onda dell’entusiasmo per l’IA generativa, ma un’azienda con ricavi stabili e prevedibili. Le joint venture con il private equity servono esattamente a questo: trasformare la corsa all’adozione in una storia da presentare agli analisti.
Il meccanismo ha anche un effetto collaterale che entrambe le società conoscono bene. Una volta che un’azienda integra un modello di IA personalizzato nei propri sistemi operativi, cambiare fornitore diventa costoso e complesso.
“C’è una grande corsa ad assicurarsi quante più aziende possibile”, ha dichiarato Matt Kropp di Boston Consulting Group. “Una volta integrato, è molto più difficile passare a un concorrente”.
Chi dice no, e perché
Non tutti i grandi fondi si sono fatti convincere. Almeno due hanno declinato entrambe le offerte, citando dubbi sull’economia delle partnership, sulla flessibilità operativa e sul profilo di redditività nel medio-lungo periodo.
Tra questi c’è Thoma Bravo, uno dei maggiori fondi di buyout al mondo con focus sul software, che ha scelto di non partecipare dopo discussioni interne. La ragione merita di essere spiegata: molte delle aziende già in portafoglio stanno implementando strumenti di IA in autonomia, senza bisogno di una joint venture formale.
È un argomento che altri investitori condividono. I grandi fondi di private equity hanno già il peso contrattuale per trattare direttamente con OpenAI e Anthropic: possono acquistare licenze, negoziare condizioni su misura e distribuire gli strumenti alle aziende in portafoglio attraverso normali accordi commerciali.
Entrare in una joint venture significa invece vincolare capitale, immobilizzarlo in una struttura con governance propria, obblighi contrattuali e un profilo di rischio meno controllabile.
Per un fondo abituato a mantenere flessibilità nell’allocazione degli investimenti, è un costo aggiuntivo che ha senso sostenere solo se la partnership offre qualcosa che un contratto ordinario non può dare. E per i più grandi, quella soglia è difficile da raggiungere.
Una prova generale
Ciò che si sta giocando tra OpenAI e Anthropic non è solo una battaglia commerciale. È una prova generale per la quotazione. Chi riuscirà a consolidare una presenza più ampia e più profonda nel mercato aziendale nei prossimi mesi, arriverà all’IPO con una storia più solida da raccontare e una valutazione più difficile da contestare.
Il 17,5% garantito ai fondi di private equity è, in fondo, il prezzo che OpenAI è disposta a pagare per riscrivere la propria identità: non più solo il prodotto che ha stupito il mondo, ma l’infrastruttura su cui le imprese costruiscono il proprio futuro.
Se funzionerà, dipenderà da quanti fondi decideranno che vale la pena sedersi al tavolo.
Fonte: Reuters


