Negli ultimi anni, OpenAI ha fatto enormi passi avanti nello sviluppo del suo modello di intelligenza artificiale, ChatGPT, grazie all’acquisizione di una quantità immensa di dati scritti prelevati dal web. Ciò ha incluso gli archivi di grandi editori come Axel Springer, Condé Nast e Associated Press, spesso però senza alcun permesso.
Nonostante ciò, OpenAI ha recentemente stretto dei patti con molti di questi stessi editori, ponendo interrogativi su ciò che si cela dietro a tali intese.
Ad una prima analisi, infatti, questi accordi sembrano contraddittori: perché OpenAI dovrebbe pagare per contenuti che ha già raccolto senza autorizzazione? E perché gli editori, alcuni dei quali si sono espressi con veemenza contro l’uso non autorizzato delle loro opere, hanno accettato le proposte di Sam Altman?
La risposta potrebbe risiedere in un cambio di potere che sta trasformando l’ecosistema del web. Google, da anni la principale fonte di traffico per gli editori, sta riducendo progressivamente il numero di visite dirette verso i siti di notizie e informazioni.
OpenAI, con il suo chatbot ChatGPT e il futuro motore di ricerca SearchGPT, potrebbe cogliere l’opportunità per ritagliarsi uno spazio significativo, sostituendo Google come principale intermediario del web.
Gli accordi economici di OpenAI
Gli accordi con gli editori sembrano quindi essere parte di una strategia più ampia per conquistare terreno nel campo delle ricerche online e permetteranno di “arricchire l’esperienza degli utenti di ChatGPT con contenuti recenti e autorevoli”. Ciò che rimane nebuloso sono i termini specifici di questi accordi. OpenAI, secondo fonti interne, starebbe offrendo tra 1 e 5 milioni di dollari all’anno agli editori, con un massimo stimato di 10 milioni per ciascun contratto.
Si tratta di cifre che, per alcuni, sono irrisorie, soprattutto se paragonate ai costi legali che potrebbero derivare dalle cause legali intentate contro l’azienda. Infatti, mentre OpenAI continua a usare i dati già raccolti, senza vincoli legali fino a eventuali sentenze contrarie, gli editori che siglano accordi sembrano essenzialmente rinunciare al diritto di far causa.
Un editore, però, non ha accettato il compromesso: il New York Times ha deciso di portare OpenAI in tribunale. L’accusa? Violazione del copyright. Il Times sostiene che OpenAI abbia usato i suoi contenuti per addestrare i suoi modelli, creando un prodotto che non solo sfrutta illecitamente il loro lavoro ma che rappresenta anche un concorrente diretto, sottraendo lettori al quotidiano.
Le trattative con OpenAI, a quanto sembra, sono fallite a causa delle offerte economiche considerate troppo basse. Se il New York Times dovesse vincere, OpenAI potrebbe essere costretta a pagare miliardi di dollari in danni, con un impatto devastante sulle sue finanze. Secondo la legge, i danni minimi per ogni violazione del copyright potrebbero ammontare a 7,5 miliardi di dollari solo per le opere del quotidiano newyorkese.
La battaglia legale tra il New York Times e OpenAI potrebbe avere conseguenze enormi per l’intero settore dell’intelligenza artificiale. Se OpenAI dovesse perdere, tutte le aziende che sviluppano modelli linguistici potrebbero essere obbligate a pagare per i dati utilizzati, portando a un monopolio delle grandi aziende come Google, Microsoft e Meta, in grado di sostenere tali costi. Questo metterebbe fuori gioco molti sviluppatori di IA open-source e piccoli innovatori, riducendo ulteriormente la competizione.
Ma se OpenAI dovesse prevalere, potrebbe consolidare la sua posizione di leader nel settore della ricerca e dell’IA generativa, costruendo un modello di business capace di attrarre investimenti e conquistare quote di mercato significative. In questo contesto, i contratti di OpenAI potrebbero forzare Google a rivedere le proprie strategie, magari sedendosi a sua volta al tavolo delle trattative con gli editori.
La strategia di OpenAI: tra accordi e reputazione
Gli accordi con gli editori servono anche a OpenAI per evitare danni alla sua reputazione. L’intelligenza artificiale generativa, inclusi strumenti come ChatGPT, è nota per produrre errori o “allucinazioni” che possono compromettere l’affidabilità delle risposte fornite. Avere accesso a fonti autorevoli e aggiornate può ridurre il rischio di questi errori, migliorando la qualità del servizio e rafforzando la fiducia degli utenti.
Ma c’è di più: con il lancio di SearchGPT, OpenAI entra nel mercato della ricerca online, mettendo a rischio la supremazia di Google. Google, infatti, ha subito un calo di qualità nel servizio di ricerca negli ultimi anni, e i suoi cambiamenti (come l’introduzione di snippet che mostrano brevi risposte senza necessità di cliccare sui link), hanno ulteriormente ridotto il traffico verso i siti degli editori.
In ogni caso, ciò che è certo è che il futuro del web, tra battaglie legali, accordi strategici e nuove tecnologie, è più incerto che mai. E gli editori, che un tempo si affidavano al traffico di Google per sopravvivere, stanno cercando di sfruttare questa nuova realtà per garantirsi un posto di rilievo nel mondo digitale che verrà.


