La postproduzione era quasi finita. Poi, una dopo l’altra, le porte si sono chiuse. Netflix, A24, Focus Features e la Clockwork di Warner Bros. hanno tutte rinunciato a distribuire Artificial, il nuovo dramma biografico di Luca Guadagnino dedicato a Sam Altman, cofondatore e amministratore delegato di OpenAI.
Restano in corsa solo Neon e Mubi. Ma è la sequenza dei no a far riflettere. Il colpo più duro è arrivato da Amazon MGM, che ha mollato il film la scorsa settimana, a lavorazione praticamente conclusa. L’azienda aveva previsto una breve uscita nelle sale per qualificarlo agli Oscar. Ora quei piani sono saltati. A
A Deadline, Amazon ha spiegato che Artificial sarebbe stato “servito meglio se distribuito da un altro studio”. Una formula cortese che lascia intatta la domanda vera: perché abbandonare un progetto quasi pronto?
Chi finanzia l’IA e chi dovrebbe raccontarla
A febbraio Amazon ha investito 50 miliardi di dollari in OpenAI, parte di un round complessivo da 110 miliardi che ha coinvolto anche Nvidia e SoftBank. Lo stesso gruppo che dovrebbe distribuire un ritratto critico di Altman è appena entrato nel capitale della sua azienda.
Amazon difficilmente sarà l’ultima a comportarsi così. Pochi giorni fa DeepMind, la divisione IA di Google, ha annunciato un accordo di ricerca da 75 milioni di dollari con A24 per sviluppare strumenti dedicati al cinema, a partire dallo storyboarding.
L’intesa, assicurano le due aziende, non dà a Google accesso alla libreria dei film dello studio. È bastata comunque a incrinare la reputazione di A24 presso il suo pubblico, che ha accolto la notizia con una sfilza di critiche.
E gli altri non stanno a guardare. Disney ha tentato (senza riuscirci) accordi propri sull’IA, Netflix ha assorbito startup del settore, i dirigenti di Paramount Skydance considerano la tecnologia decisiva per alzare la produttività.
A Cannes, l’altra faccia di OpenAI
Mentre il cinema tace, OpenAI guarda anche alla pubblicità. Questa settimana l’azienda ha debuttato al Cannes Lions, il principale appuntamento mondiale degli inserzionisti, con una villa elegante sul porto, accanto a Google e Meta.
A guidarla c’è Dave Dugan, ex dirigente di Meta arrivato per sfidare il dominio di Google sulla pubblicità nelle ricerche. “Portiamo qualcosa di completamente nuovo sul mercato”, ha detto.
La logica è semplice. Circa un quinto delle domande poste a ChatGPT ha un “intento commerciale diretto”, il momento ideale per mostrare un prodotto a chi sta già pensando di comprarlo.
“Siamo totalmente impegnati sulla pubblicità”, ha aggiunto Dugan. “I ricavi serviranno a sostenere e ampliare l’accesso all’informazione”.
A chi usa ChatGPT gratis o nella versione Go gli annunci già compaiono ma solo in alcuni mercati (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, con altri in arrivo). In Italia, e nel resto dell’Unione Europea, per ora non se ne vedono: a frenare è il GDPR.
La posta in gioco
Mettendo in fila i due episodi, il quadro si sembra chiaro. Lo stesso soggetto finanzia gli studi, vende pubblicità agli inserzionisti e detta le condizioni a interi settori che le ruotano attorno. Più OpenAI diventa committente e venditore universale, più chi le sta intorno trova ragioni per non irritarla.
Un film su Altman che nessuno vuole distribuire e una villa sul porto di Cannes sembrano non avere niente in comune. Raccontano invece la stessa cosa: quanto pesa, oggi, restare nelle grazie di chi costruisce l’intelligenza artificiale.
Fonti: The Verge, Financial Times


