Sam Altman lo ha detto chiaramente: il vero competitor di OpenAI non è Google con Gemini, ma Apple.
L’obiettivo dichiarato è sostituire l’iPhone con un dispositivo progettato insieme a Jony Ive, l’ex designer di Cupertino che ha dato forma al prodotto più iconico della Mela.
ChatGPT, pertanto, si sta trasformando in qualcosa di più ambizioso di un semplice chatbot: un sistema operativo dove gli oltre 800 milioni di utenti possono fare la spesa su Instacart, creare playlist Spotify o cercare escursioni, senza mai aprire un’app tradizionale.
La visione è chiara. La realtà lo è molto meno.
OpenAI: la promessa tradita dall’esecuzione
I test condotti dal Wall Street Journal sulle app integrate in ChatGPT restituiscono un quadro che ricorda i primi, traballanti passi del chatbot stesso: momenti di brillantezza circondati da disfunzioni sistematiche.
Uber stima costi e tempi di arrivo ma non permette di prenotare direttamente una corsa, rimandando a una pagina web dove l’utente deve reinserire manualmente partenza e destinazione. OpenTable genera messaggi di errore quando gli si chiede di prenotare un tavolo, operazione che sul sito tradizionale richiede pochi secondi.
La promessa dell’intelligenza artificiale è semplificare, far completare i task direttamente all’assistente. Aggiungere passaggi invece di eliminarli, vanifica il senso dell’intera operazione.
Il problema non è solo tecnico, è concettuale. Per attivare le app serve una sintassi precisa, come ad esempio digitare “@uber” seguito da una richiesta formulata in modo specifico. ChatGPT stesso ammette di non poter accedere direttamente all’app di Uber.
Gli sviluppatori intervistati spiegano che i loro mini-programmi sono ottimizzati per compiti limitati: OpenTable serve a scoprire ristoranti, non a prenotarli. Ma questo contraddice l’idea stessa di un assistente conversazionale che dovrebbe interpretare l’intenzione dell’utente, non costringerlo a imparare una nuova grammatica.
Instacart, l’eccezione che conferma la regola
C’è un caso in cui l’integrazione funziona in modo impeccabile: Instacart. ChatGPT crea menu settimanali per famiglie vegetariane e riempie carrelli della spesa con tutti gli ingredienti necessari. Il checkout porta direttamente all’account utente dove completare il pagamento.
Dietro questo successo c’è però un fattore che l’intelligenza artificiale non può replicare: le relazioni umane. Prima di diventare CEO of Applications di OpenAI nell’estate scorsa, Fidji Simo era CEO di Instacart.
Il suo passaggio ha sbloccato uno stallo nello sviluppo durato mesi: OpenAI voleva che Instacart condividesse tutti i dati di inventario per gestire gli ordini internamente, ma prezzi e disponibilità dei freschi cambiano ogni ora. Servivano chiamate in tempo reale ai server di Instacart. Quando Simo è arrivata in OpenAI, la sua nuova azienda ha accettato le condizioni della sua vecchia azienda.
L’accordo con Instacart rivela anche il modello di business che OpenAI sta costruendo: commissioni sulle transazioni completate tramite ChatGPT. Un sistema che ricorda proprio quello di Apple, con le sue “commissioni salate” agli sviluppatori.
D’altronde, chi controlla il gateway verso i servizi online possiede uno dei caselli più preziosi del cyberspazio. Oggi è Apple. Domani potrebbe essere chi gestisce il chatbot attraverso cui milioni di persone conducono le loro vite digitali.
Fonte: The Wall Street Journal


