OpenAI non si è limitata a negare. In un post pubblicato sul proprio blog, intitolato “Apple si sbaglia”, l’azienda di Sam Altman ha definito la causa intentata dal produttore dell’iPhone “negligente, aggressiva e stranamente personale”. E ha respinto senza mezzi termini l’accusa di aver sottratto informazioni riservatissime sui dispositivi in preparazione a Cupertino: “Non abbiamo, né vogliamo, alcun loro segreto industriale”.
Il tono della replica dice già molto. OpenAI accusa Apple di “muovere accuse vaghe” e di “cercare di cambiare la propria narrazione”, e chiude ribaltando lo scontro sul piano reputazionale: “Apple è una delle più grandi aziende di tutti i tempi, e si è costruita la reputazione di ossessionarsi per i minimi dettagli. Questa causa negligente, aggressiva e stranamente personale purtroppo non è all’altezza di quella reputazione”.
La ricostruzione al contrario di OpenAI
Il cuore della risposta sta nel modo in cui OpenAI riscrive la cronologia. Apple sostiene di aver contattato la startup già a febbraio, per avvertirla di un’indagine interna, senza ottenere risposta. OpenAI ribatte che gli avvocati di Apple avevano semplicemente “scritto alla persona sbagliata dopo aver confuso due cognomi asiatici”.
C’è di più: Apple avrebbe dichiarato di aver parlato con il consulente legale generale di OpenAI, Che Chang, una conversazione che “ora ammette non sia mai avvenuta”.
Secondo la ricostruzione della startup di am Altman, all’epoca Apple non aveva mai sollevato le accuse specifiche finite poi in tribunale, e anzi le aveva detto che stava “risolvendo eventuali problemi”. Poi il silenzio, per cinque mesi, fino al deposito della denuncia.
Lo stesso rovesciamento vale per Chang Liu, l’ingegnere uscito da Apple a gennaio e indicato tra i responsabili del presunto furto: OpenAI sostiene che siano stati gli stessi dipendenti di Apple a contattarlo “per chiedergli aiuto a localizzare quelle informazioni”, una circostanza che il produttore dell’iPhone “solo ora ammette”.
Dalla causa alle deposizioni
Come abbiamo raccontato, la disputa è partita a luglio, quando Apple ha citato in giudizio OpenAI e due suoi dirigenti, Tang Tan e Chang Liu, sostenendo che avessero sottratto progetti hardware. Nella denuncia Apple parla di oltre 400 suoi ex dipendenti passati alla startup e fa risalire l’incrinatura all’acquisizione, l’anno scorso, di IO, lo studio di design fondato da Jony Ive, l’ex responsabile del design di Cupertino.
Lunedì Apple ha alzato la posta. Ha chiesto un’ingiunzione preliminare per impedire a OpenAI e agli ex dipendenti di accedere, usare o divulgare i suoi segreti industriali, e ha depositato una seconda istanza per accelerare la fase istruttoria e obbligare alcuni dipendenti della startup, tra cui Liu e Tan, a comparire in deposizione.
Per OpenAI si tratta di una richiesta “sia basata su informazioni false sia del tutto superflua”. Il chief hardware officer Tang Tan, aggiunge l’azienda, “è sempre stato chiaro con il team sul fatto che non vogliamo e non dobbiamo usare alcuna informazione riservata di altre società”.
Da alleate a rivali
Dietro lo scontro legale c’è un riposizionamento che riguarda entrambe. Fino a poco tempo fa Apple e OpenAI erano partner, con ChatGPT integrato dentro Siri. Oggi si contendono lo stesso mercato.
OpenAI vuole spingersi nei prodotti di consumo, un territorio che finora è sempre stato di Apple; Cupertino, dal canto suo, ha affidato la nuova Siri a un modello Gemini di Google, tagliando fuori proprio la startup di Altman.
La posta, per OpenAI, è concreta. Il dispositivo hardware sviluppato dal team di Tan dovrebbe arrivare entro fine anno, e la quotazione in borsa dell’azienda è attesa nei mesi successivi. Un’ingiunzione o una fase istruttoria invasiva possono rallentare l’uno e l’altra.
La replica pubblica, con quel “stranamente personale” ripetuto come un ritornello, serve anche a questo: spostare il baricentro dello scontro dal tribunale all’opinione pubblica, dove Apple raramente accetta di combattere.
Fonte: Financial Times


