OpenAI accusa il New York Times di aver hackerato ChatGPT

da | 29 Feb 2024 | IA, Legal

La causa in corso tra OpenAI e il New York Times è di quelle che nessun appassionato di tecnologia dovrebbe perdere, perché da essa può davvero dipendere il futuro se non delle IA, senz’altro di OpenAI. Tutto ruota attorno ad accuse di violazione del copyright mosse dal noto quotidiano, secondo il quale l’azienda produttrice di ChatGPT ha utilizzato illegalmente i suoi contenuti per addestrare la propria intelligenza artificiale. Il risultato di ciò sarebbe una riproduzione non autorizzata dei suoi articoli.

OpenAI ha sempre respinto queste accuse, sostenendo che l’utilizzo dei contenuti del Times rientra nell’ambito dell’uso equo e che le prove presentate dal NYT sono state ottenute attraverso metodi ingannevoli e non rappresentativi del normale utilizzo di ChatGPT. Ed è in merito a quest’ultima tesi difensiva che scriviamo questo articolo. OpenAI in queste ore ha infatti accusato il New York Times di aver “pagato qualcuno per hackerare i prodotti di OpenAI”, ossia ChatGPT, così da preparare il terreno alla causa legale.

Questo è quanto emerge da un documento presentato in tribunale da OpenAI, nel quale l’azienda sostiene che il NYT ha cercato di produrre “100 esempi” in cui il modello GPT-4 generava contenuti simili a quelli del quotidiano in risposta a specifici prompt degli utenti. OpenAI etichetta queste azioni come “attacchi artificiosi” orchestrati da un “pistolero assoldato”, implicando che il Times abbia compiuto questi sforzi per raccogliere prove a sostegno della propria tesi, secondo cui i prodotti di OpenAI minacciano il giornalismo del Times, rigurgitando i suoi contenuti e sottraendo pubblico.

Tuttavia, secondo l’azienda di Sam Altman il Times avrebbe effettuato “decine di migliaia di tentativi” per ottenere tali risultati, sfruttando dei bug attualmente in via di risoluzione. Nello specifico, OpenAI accusato il New York di aver ripetutamente sollecitato ChatGPT con prompt come “qual è la frase successiva?”, mirando a due fenomeni rari: la “rigurgitazione dei dati di addestramento” e l'”allucinazione del modello”.

La rigurgitazione avviene quando l’IA riproduce contenuti simili ai suoi dati di addestramento, mentre le allucinazioni si verificano quando l’IA produce risposte realistiche ma inesatte. OpenAI sostiene che il Times ha usato queste tecniche per produrre esempi fuorvianti di come ChatGPT potrebbe riprodurre illegalmente contenuti del Times, omettendo i risultati completi per alterare l’apparenza degli estratti generati e dare l’impressione di una sistematica violazione del copyright.

Ian Crosby, partner di Susman Godfrey e rappresentante legale del New York Times, si è detto sorpreso del fatto che OpenAI monitori le interazioni degli utenti con ChatGPT, nonostante abbia sempre affermato il contrario. Ha poi aggiunto che questa sarà un’ulteriore area d’indagine nel processo.

Crosby ha poi aggiunto che ciò che OpenAI descrive come “hacking” è stato in realtà un tentativo legittimo del Times di utilizzare i prodotti di OpenAI per cercare prove della violazione del copyright. Ha quindi sottolineato che l’entità dei contenuti del Times copiati da OpenAI supera di gran lunga i “100 esempi” menzionati, trattandosi in realtà di “milioni di opere del Times” utilizzate per alimentare ChatGPT senza permesso. Crosby ha infine criticato OpenAI per aver violato il copyright “su una scala senza precedenti”, e ricordato che OpenAI non ha negato di aver utilizzato opere del Times nei suoi modelli più recenti e attuali di LLM.

OpenAI ha richiesto al tribunale di respingere le accuse mosse dal Times, descrivendole come “legalmente infondate” e sostenendo che alcune di esse sono da considerarsi decadute perché basate su dati di addestramento per vecchi modelli di ChatGPT. Altre accuse invece non paiono comprendere correttamente il concetto di uso equo o sarebbero precluse dalle leggi federali.

Con “uso equo” (o “fair use” in inglese), s’intende un principio che si applica principalmente nel diritto d’autore per permettere l’utilizzo limitato di materiali protetti senza il permesso del titolare dei diritti. Ciò può accadere purché tale utilizzo rientri in determinate categorie, come critica, commento, reportage giornalistico, insegnamento, borsa di studio o ricerca. Il concetto di “uso equo” varia a seconda della giurisdizione e non tutti i paesi prevedono una normativa specifica in proposito.

Se la mozione di OpenAI dovesse essere accettata, ciò ridurrebbe significativamente l’ampiezza del caso. Ma qualora i giudici dessero ragione al New York Times, OpenAI dovrebbe mettere offline ChatGPT e rimetterlo online trainato senza gli articoli del quotidiano americano.

Il gigante delle intelligenze artificiali ha anche ricordato che aveva reso pubblico già nel 2020 l’utilizzo di articoli del NY Times per addestrare i suoi modelli di IA, ma che il giornale ha sollevato preoccupazioni solo dopo l’esplosione di popolarità di ChatGPT nel 2022.

 

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