Lo scorso venerdì Nvidia ha chiuso la seduta ai massimi storici per la prima volta da ottobre, superando i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. È un numero che non ha precedenti: nessuna azienda quotata in borsa aveva mai raggiunto questa soglia.
Il titolo ha guadagnato il 4,3% in una sola giornata, portando a oltre 14 volte la crescita complessiva dall’inizio del 2023, ossia il periodo in cui la domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale ha iniziato a riscrivere le gerarchie industriali globali.
Il motore di questa corsa è noto: le GPU di Nvidia sono diventate l’infrastruttura fondamentale su cui poggiano i grandi modelli di IA. Google, Microsoft, Meta e Amazon le usano per i propri data center. OpenAI e Anthropic le usano per addestrare e far girare i propri modelli. La domanda non accenna a rallentare, e gli investitori continuano a scommettere che questo ciclo di spesa abbia ancora anni davanti a sé.
Il rally di venerdì non è però una storia che riguarda solo Nvidia. È il segnale di un sentiment di mercato che ha cambiato segno rispetto alle settimane precedenti, quando le tensioni geopolitiche (in particolare l’impatto della guerra in Iran sui prezzi dell’energia e sulle catene di fornitura), avevano spinto gli investitori a ridurre l’esposizione sui titoli tecnologici a grande capitalizzazione.
Intel accende la miccia
Il catalizzatore del rimbalzo è arrivato da dove meno ce lo si aspettava: Intel. Lo storico chipmaker, rimasto ai margini della corsa all’IA fino a poco fa, ha pubblicato giovedì sera risultati trimestrali ben oltre le attese. La reazione del mercato è stata immediata: il titolo Intel è balzato del 24% in una sola seduta, la migliore performance dal 1987.
L’effetto si è propagato all’intero comparto. Advanced Micro Devices (AMD), concorrente diretto di Nvidia, ha guadagnato il 14%. L’indice Philadelphia Semiconductor, il principale termometro del settore dei chip a Wall Street, ha toccato i propri massimi storici per la diciottesima seduta consecutiva, un record assoluto.
Il messaggio implicito è chiaro: il mercato dei chip per l’IA non è un gioco con un solo vincitore. La torta è abbastanza grande da far crescere contemporaneamente più attori, inclusi quelli che fino a ieri sembravano esclusi dalla partita. Il Nasdaq si appresta così a chiudere aprile con un rialzo del 15%, il miglior mese da aprile 2020.
La classifica che non esisteva
Per capire la portata di quanto accaduto venerdì, basta guardare chi siede oggi ai vertici della classifica mondiale per capitalizzazione. Nvidia guida con circa 5,1 trilioni di dollari, seguita da Alphabet (Google) con circa 4 trilioni, Apple con circa 3,9 trilioni, Microsoft con circa 3,1 trilioni e Amazon con circa 2,7 trilioni.
Due elementi saltano all’occhio. Il primo: Nvidia vale oggi circa 1.000 miliardi di dollari più di Alphabet, la seconda in classifica, un distacco che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato improbabile.
Il secondo: l’intera top 5 è composta da aziende tecnologiche americane, e quattro di esse (Alphabet, Microsoft, Meta e Amazon) sono allo stesso tempo tra i principali clienti di Nvidia. La stessa domanda che sostiene il titolo viene, in larga parte, dalle tasche di chi acquista i suoi chip.
È quella struttura circolare di cui abbiamo scritto più volte e che alimenta se stessa finché la spesa in infrastrutture IA continua a crescere. I quattro grandi hyperscaler hanno annunciato per il 2026 investimenti complessivi in infrastrutture che superano i 650 miliardi di dollari, gran parte dei quali finirà, direttamente o indirettamente, nelle tasche di Nvidia.
La crepa nel monopolio di Nvidia?
Eppure, proprio tra i clienti più fedeli di Nvidia si muovono le prime mosse per ridurne la dipendenza. Alphabet ha annunciato nuovi chip proprietari (le cosiddette TPU, Tensor Processing Unit), che saranno a disposizione dei propri clienti entro la fine dell’anno. Non si tratta di una sfida frontale: Google sviluppa chip da anni, e Nvidia rimane il fornitore dominante per i carichi di lavoro più complessi. Ma la direzione è quella.
La logica è quella di qualsiasi grande player industriale che si trova a dipendere da un fornitore unico con potere di prezzo crescente: si iniziano a costruire delle alternative, anche parziali, anche costose, pur di ridurre la vulnerabilità. Amazon, Microsoft e Meta stanno percorrendo la stessa strada, ciascuna con i propri programmi di chip personalizzati.
Nvidia sa bene di non essere immune. Il vantaggio competitivo che la protegge oggi non è solo il silicio: è l’ecosistema software CUDA, costruito in oltre quindici anni e integrato nei flussi di lavoro di migliaia di ricercatori e ingegneri in tutto il mondo. Smontarlo richiede tempo, investimenti e una soglia di dolore che finora pochi hanno voluto affrontare.
A 5.000 miliardi di dollari, Nvidia non è più solo un’azienda: è una scommessa collettiva sul fatto che l’IA continuerà a crescere, che la domanda di GPU non rallenterà e che nessun concorrente riuscirà a intaccare il suo vantaggio. Tre condizioni che devono reggere tutte e tre, contemporaneamente.
Fonte: CNBC


